Quale titolo per il teatro Garibaldi?

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Nella sintesi somma dell’articolo che ha aperto il 25 maggio le pagine di Palermo della “Repubblica” sullo stato di alcuni beni culturali storici della città la complessa storia dell’affascinante teatro Garibaldi non trova alcuno spazio. Appiattita e banalizzata dall’accento posto soltanto su questi ultimi due mesi, e da un ambiguo accenno di “abusivismo” da parte dell’Associazione Teatro Garibaldi, che ha avuto affidato ufficialmente lo spazio dal Comune per due anni. Scavalcando il generale blocco di finanziamenti per la cultura che ne immobilizza l’uso per spettacoli di ampio respiro, potendo utilizzare soltanto cifre irrisorie, il teatro ha invece funzionato sino allo scorso aprile con pervicace continuità anche come galleria d’arte, spazio per laboratori teatrali e performance musicali di qualità, e come biblioteca di opere di teatro e spettacolo.

Va detto che al momento attuale è stato presentato dall’Associazione – con altre tre storiche compagnie teatrali di Palermo, l’Opera dei Pupi di Mimmo Cuticchio, la Compagnia Franco Scaldati e il Teatro Libero – il progetto triennale Meteikos per accedere ai finanziamenti europei. Il progetto coinvolge tre teatri europei partner, dalla Spagna, Polonia e Francia.  Un po’ eccessivo parlare di “declino senza fine” o di “flop”, titoli dati all’articolo del prestigioso quotidiano che non descrivono e non informano. All’inizio del mandato – è il caso di chiarire – presidiare la struttura (dormirci dentro) ha significato entrare in un luogo sprovvisto di tutto, perfino di un lavandino – ha spiegato Matteo Bavera, attuale direttore artistico e regista – e anche oggi stare lì obbliga ad un incontro quotidiano ravvicinato con un contesto difficilissimo, che considera normale financo un allevamento di pitbull dietro il teatro.

Cosa è oggi l'”esistente” del teatro Garibaldi? “teatro instabile, per le sue vicende altalenanti, è oggi un bene culturale in continuo movimento che ha agito negli anni anche come elemento rivitalizzante per l’intero contesto in cui si trova, la Kalsa. Sembrava irredimibile questo antichissimo quartiere, oltraggiato dai bombardamenti e dall’incuria quando i ruderi del teatro furono per caso riscoperti nel 1996 da Franco Scaldati e Matteo Bavera che intuì le potenzialità di questo luogo e ne fece l’oggetto di una progettualità originale e duratura. Il teatro aveva subìto lunghi periodi di chiusure e riaperture e si era trasformato in spazio senza strutture. Un luogo senza barriere in cui scena e spettatore possono fondersi e dove al posto di un cielo dipinto c’è un pezzo di vero cielo, da guardare e da respirare. Ma proprio questa precarietà divenne il suo tratto caratteristico in quanto simbolo ideale di una città che sembrava immobile e proiettata verso il degrado generale.

Vide anni di prestigioso teatro, a cominciare dal progetto della “Trilogia shakesperiana” di Carlo Cecchi – allora direttore artistico – e Matteo Bavera nel 1999; e poi lavori di Carmelo Bene, Peter Brook, Antonio Latella, Emma Dante, Franco Scaldati, Davide Enia e tanti altri che, con opere ricercate e innovative, hanno fatto promuovere il Garibaldi membro dell’Associazione Teatri d’Europa, creata da Giorgio Strehler. L’imponente e ambiziosa ristrutturazione iniziata nel 1997 e rimasta incompiuta, molto poco conservativa e colpevolmente irrispettosa del progetto iniziale, ne ha modificato l’aspetto facendo mancare al teatro elementi fondanti come il palcoscenico e ogni struttura tecnica e di movimento, compresi gli impianti elettrici. Da allora ritardi nell’assegnazione, un’ulteriore chiusura di sei anni, un’occupazione molto pubblicizzata ma forse intempestiva di artisti e maestranze varie e gravi atti di vandalismo sono stati pesantemente d’intralcio per la fruibilità di questo bene culturale storico della città.

Garibaldi in Palermo
UNSPECIFIED – CIRCA 2002: Garibaldi in Palermo, 1860. Expedition of the Thousand, Italy, 19th century. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

A Palermo nel 1863 gli spettatori del teatro Garibaldi, prima ancora dello spettacolo, ebbero una visione speciale. Con la bellezza dei loro corpi nudi le statue attorno alla fontana di piazza Pretoria quasi lasciavano in ombra l’Eroe nazionale, soggetto principale dell’enorme sipario opera del pittore Giuseppe Bagnasco, che riportava su tela una scena storico-allegorica così cara ai Palermitani per farla rivivere ad ogni spettacolo. La visione poi del Generale stesso sul palcoscenico e il discorso che rivolse al pubblico fece esultare l’intera platea. La fantasiosa e romantica iconografia garibaldina creata a Palermo dai più famosi artisti dell’epoca, pittori, scultori e incisori non trovò collocazione soltanto nelle aree museali, al Museo Nazionale all’Olivella, ora Museo Salinas, e successivamente al Palazzo Abatellis ed alla Società di Storia Patria. Una delle opere più significative nel rappresentare il gusto nazional-popolare post unitario che descrive l’ingresso trionfale del Generale Eroe a piazza Pretoria nacque non per rimanere immobile su una tela, ma sipario vivificato dall’azione scenica nel teatro Garibaldi. L’Eroe, venerato a Palermo quanto Santa Rosalia, è circondato da patrioti e popolani scalzi, acclamato dalle finestre del Palazzo Pretorio e persino le statue delle divinità, con le loro splendide nudità, partecipano alla festa.

Naturalmente il sipario non è più esistente ma è rimasto, ben conservato, tra i disegni di Palazzo Abatellis, uno studio particolareggiato che il pittore Bagnasco tracciò per riportarlo su tela nel 1863. Come racconta la storica dell’arte Evelina De Castro in un suo bell’articolo sulla rivista Kalòs (anno 23, n.2), il sipario del teatro Garibaldi “divenne emblematico dell’epopea garibaldina” e fu conservato a lungo. Non sappiamo se per realizzarlo l’artista sia dovuto salire su un ponteggio e se l’abbia dipinto con i lunghissimi pennelli usati ancora oggi per creare le scenografie teatrali, ma il risultato fu grandioso tanto da divenire una delle perle offerte all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, in un’epoca in cui i teatri erano i luoghi di cultura. Gli spettatori a teatro quella sera si trovarono di fronte ad una scena non di fantasia o di soggetto mitologico, ma narrante un episodio di storia contemporanea accaduto a pochi passi dal sito del teatro. Moderno come un reportage fotografico o un video clip di oggi.

Già verso la fine degli anni 1860 la sorte del piccolo ma fascinoso teatro palermitano iniziava ad essere segnata per i progetti di altre strutture, più sontuosi, come il Politeama ed il teatro lirico Massimo che avrebbero soddisfatto il desiderio di partecipazione alla vita culturale della ricca borghesia emergente. Ma anche allora non sfuggiva che l’amministrazione comunale si curasse poco di tenere in vita l’esistente, come il vecchio mercato di Porta S. Giorgio che “invecchia, quasi vergine”. Seppure contestati da parte della popolazione in quanto grandiosi o superflui ed eccessivamente lussuosi – come ricorda lo storico Orazio Cancila in Palermo – questi futuri spazi scenici serviranno al meglio il desiderio della città di autorappresentarsi come metropoli moderna e à la page. E per il teatro Garibaldi iniziò, allora effettivamente, il declino.