Storia ed evoluzioni dell’implosione libica

Articolo pubblicato nel n. 28 del periodico “Dialoghi Mediterranei” dell’Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo

n. 2 mellitah terminale di compressione gas
Mellitah (Libia) terminale di compressione

Non c’è forse altro Paese crocevia della Storia quale è oggi la Libia, terra senza Stato e senza Governo, attraversata da una massa imponente di popolazioni che vi si riversano dopo sofferte e drammatiche fughe per tentare di raggiungere l’Europa e minacciata dalla presenza di numerosi gruppi jihadisti, primo fra tutti l’Isis. Per questi motivi si trova centro dell’attenzione di molteplici osservatori ma rimane un Paese poco conosciuto nelle sue dinamiche interne e poco compreso nelle sue più complesse articolazioni. Da qui l’importanza di guide e strumenti che ci aiutino a conoscere questa realtà geografica che guarda con noi e come noi al Mediterraneo.

Michela Mercuri − docente universitaria di Storia contemporanea, analista ed esperta di politica estera, in particolare dei Paesi del Medio Oriente dopo le rivolte arabe − in questo denso saggio, Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso (FrancoAngeli 2017) ripercorre un secolo di storia della Libia alla ricerca delle cause che hanno determinato l’attuale stato di bellicosa anarchia del Paese, di cui non sembra intravedersi la fine, e che preoccupa tutta l’Europa per la mancanza di un unico interlocutore politico chiaro e stabile. La storia degli avvenimenti e delle dinamiche socio-politiche libiche, dall’inizio dello scorso secolo sino a questi ultimi mesi − con un breve excursus sulla precedente dominazione turca − non è fine a se stessa, ma la base necessaria per una compiuta analisi di ambito geopolitico che consente all’autrice non solo di spiegare nascita e atomizzazione di uno dei principali attori dell’attualità libica: le più che numerose milizie armate [1], con tutte le loro estensioni, in altri termini i loro sponsor locali e internazionali, ma anche di indagare intorno alle strutture e alla composizione delle tribù che costituiscono la base fondante dell’organizzazione sociale nonché di esaminare i rapporti di forza tra i rappresentanti politici dei territori libici e di formulare infine qualche ipotesi sul futuro realisticamente più probabile per questo Paese.

Per ovvie ragioni ampio spazio viene dato all’intreccio dei rapporti economici e politici che, nel bene e nel male, legano in modo privilegiato all’Italia, ed all’Eni, questa terra che si fa fatica a definire nazione, e che attualmente ha “due governi e mezzo”

Divisioni

La chiave di lettura utilizzata dall’autrice si incentra su «le fratture regionali e tribali che sono emerse, con rinnovato vigore, dopo la morte del rais, tanto da divenire uno dei temi centrali del dibattito sui possibili assetti futuri del paese». Il primo e più evidente contrasto, che da sempre è saltato agli occhi di visitatori e studiosi è quello tra le due principali regioni, Tripolitania e Cirenaica −conquistate a due anni di distanza dall’Impero ottomano – perché

«Le due “province” erano profondamente diverse. Tripoli, nell’ovest del Paese, era una terra di mercanti, il porto mediterraneo più vicino al deserto, rivolta verso il Maghreb (il tramonto) e guardava verso Tunisi, soprattutto per gli scambi commerciali. Bengasi, a est, si affacciava sul Mashrek (l’alba) e guardava verso l’oriente».

Altri fattori di differenziazione opportunamente sottolineati sono il prevalere, nella popolazione, dell’elemento arabo in Cirenaica e di quello berbero in Tripolitania, il radicamento storico della confraternita della Senussia in Cirenaica ed il suo ruolo come elemento unificante per la popolazione sia nell’ambito religioso che politico-sociale. Un retaggio che ancora oggi permane ma che riguarda, appunto, soltanto la Cirenaica. E ancora il fatto che gli Ottomani instaurarono rapporti amministrativi e di sudditanza verso l’Impero differenti nei due vilàyet (province). Di fronte all’invasione italiana le due regioni organizzarono la resistenza in modo diverso secondo la composizione dei centri di potere.

«Nella Tripolitania, priva di un riferimento politico unico, i volontari costituivano delle unità combattenti sotto la guida dei capi tribù e degli ufficiali turchi. In Cirenaica, invece, il panorama era diverso: qui c’era un unico centro propulsivo connotato dal potere politico e religioso della senussia».

Quando nel 1933 fu completata dall’Italia l’unione delle due province più il Fezzan (con Italo Balbo governatore generale)

«l’unità proclamata sulla carta non bastò a creare quella della Nazione e delle sue genti, e non bastò neppure l’ambiziosa costruzione della via Balbia, la litoranea che univa la Tripolitania alla Cirenaica. I due territori erano stati uniti amministrativamente e poi anche fisicamente, ma questo non fu sufficiente per cementare un’identità nazionale unitaria mai esistita».

Del resto, con l’ affermazione «La Libia non è mai stata una Nazione» si apre la prefazione al libro firmata da Sergio Romano.

libia_storica_800_400
Libia storica

La tribù come elemento socialmente fondante

 

Michela Mercuri considera il sistema organizzativo e socioculturale delle tribù uno dei cardini interpretativi più convincenti della contemporaneità libica. Mentre il carisma della confraternita, dato anche dalla offerta di welfare dei vari monasteri, aveva limitato la frammentazione tribale nell’entroterra, «il potere delle tribù si consolidò ulteriormente dopo la conquista italiana». E più avanti «Le tribù, parzialmente “sedate” durante il quarantennio gheddafiano, sono state sovente aghi della bilancia degli equilibri interni» .

Risulta ancora oggi utile uno studio compiuto più di settanta anni fa dallo storico britannico Edward E. Evans-Pritchard, militare di stanza in Cirenaica durante la seconda guerra mondiale, che aveva vissuto per un certo tempo con gli indigeni semi-nomadi (Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale, Ed. del Prisma, 1949). Se lo scopo principale del testo era descrivere l’importante legame dei beduini della Cirenaica con la Senussia, il contatto diretto dello studioso con la gente delle tribù, accompagnato da un grande rispetto, gli consentì di comprendere le dinamiche interne dei clan, e il loro rapporto con le città. Le tribù – notava Evans-Pritchard − a loro volta segmentate in suddivisioni di vari livelli, erano più forti delle città e non avevano a che fare con le amministrazioni, con le leggi e i tribunali cittadini. Erano alquanto incontrollabili, furono compattate soltanto in Cirenaica dall’obbedienza alla Senussia contro l’invasione italiana. Quando l’Italia fascista distrusse le strutture di base della confraternita, i monasteri, e tutta la loro organizzazione politica, venne a mancare l’unico elemento unificante. Essendo inoltre il principio della struttura tribale la contrapposizione tra le sue sezioni o segmenti, non c’era spazio per un governo o uno Stato [2].

L’era del rais

Michela Mercuri riesce a condensare sapientemente in poche pagine le vicende della Libia sotto il lunghissimo dominio di Gheddafi a partire dalle intese e scontri che i politici italiani ebbero con il dittatore. Prima di lui «la Costituzione promulgata il 7 ottobre del 1951, stabilì la nascita del Regno unito di Libia, con una Monarchia ereditaria e un sistema federale rappresentativo» ma

«nella “nuova” Libia unitaria, fatta eccezione per sparuti gruppi nazionalistici, i cittadini libici si identificavano per lo più con la famiglia, la tribù, la regione e, in senso ancor più generale, si consideravano parte della comunità islamica dei credenti ma non della nazione libica».

Dopo avere inquadrato storicamente la presa del potere del colonnello nel 1969, in parallelo con le vicende politiche del vicino Medio Oriente, l’autrice si propone di «capire le trasformazioni che egli ha impresso al Paese e che hanno contribuito a renderlo una delle sfide più complesse per la stabilità dello scacchiere mediterraneo» e delinea «l’impalcatura che il rais volle dare alla Libia, soprattutto da un punto di vista interno, per spiegare come questo assetto ne abbia forgiato il presente con tutti i suoi problemi di instabilità».

Al di là degli aneddoti sugli aspetti caratteriali e dell’ambizioso progetto del colonnello di “una terza via universale” per sanare il suo Paese, e senza disconoscere l’importante ruolo politico-strategico raggiunto con lui dalla Libia a livello internazionale, ciò che viene rimarcato è «un inasprimento della dittatura che presto si stava trasformando in tirannia personale di Gheddafi sulla Libia e sui libici» e il fatto che «trasformò in ideologia ufficiale dello Stato la rappresentazione non statale del potere propria della cultura delle tribù». Altri pesanti provvedimenti come lo scioglimento dell’esercito, sostituito da corpi militari e para-militari e servizi segreti alle sue dirette dipendenze saranno carichi di conseguenze.

Toccante è il racconto dell’allontanamento obbligato dal Paese delle famiglie di coloni italiani per ordine del rais nel 1971, con l’apporto di interviste rilasciate all’autrice da alcuni testimoni. Un torto che va inquadrato nell’ottica gheddafiana come una parte delle azioni “compensative” dell’Italia verso la ex colonia. Un’altra parte è l’immensa quantità di danaro richiesta più volte dal dittatore ai nostri vari governi. A questo punto va però ricordato che l’Italia fascista, per la conquista, aveva usato i più crudeli e cruenti mezzi infierendo anche sulla popolazione civile con deportazioni di massa, campi di concentramento e lavori forzati e costruendo un reticolato di 270 km per isolare definitivamente la resistenza beduina capitanata da Omar al- Mukhtàr [3].

Mercuri
Michela Mercuri

 

Petrolio, migrazione, terrorismo

Da qui in avanti il saggio miscela in modo comprensibile anche a chi non abbia grandi conoscenze del tema, avvenimenti di storia e di cronaca recente con elementi di geopolitica, facendo entrare nella scena man mano quegli attori dell’area mediorientale e internazionale, quei Paesi che, nella partita a scacchi con la Jamahiriya (appellativo che diede Gheddafi alla forma politica della Libia), possono trarre dei vantaggi economici o territoriali. Ora se l’oggetto del contendere sono senza dubbio le enormi riserve di petrolio e gas, negli anni recenti un massiccio e inarrestabile fenomeno, la migrazione, ha come cardine la Libia, passaggio quasi obbligato per l’Europa. Questa immane tragedia umanitaria è divenuta qui il nuovo business per bande di trafficanti e assassini, che, in rapporti ambigui e spesso con la complicità delle forze dell’ordine ufficiali, gestiscono la tratta degli esseri umani e i vari centri segreti di smistamento e detenzione dei migranti. [4].

Se alla presenza di gruppi di terroristi islamici fortemente radicati, di campi di addestramento e traffici di armi si aggiunge che «il Consiglio presidenziale di Fayez al-Sarraj, che si è insediato a Tripoli da più di un anno e mezzo, non controlla neanche la capitale ed è sotto il giogo delle molte fazioni locali», minacciato in primo luogo dalle aspirazioni del generale Haftar che esercita il potere militare in Cirenaica, e che «nessuno dei due “governi libici” ha il benché minimo controllo dei gruppi che popolano il sud del Paese», si ha una miscela esplosiva che fa della Libia un Paese pericoloso e pieno di incognite. A proposito del traffico di armi un articolo pubblicato nel 2016 su «Limes» (B. E. Selwan El Khoury, 3/2016,101) cita un report del sito arabo Middle East Online secondo cui «…in Libia vi sarebbero circa mille trafficanti di armi e oltre venti reti di contrabbando attive tra Libia e Tunisia […] e sarebbero presenti tra i 22 e i 28 milioni di armi, vale a dire 20 milioni più di quelle lasciate dal regime di Gheddafi».

Michela Mercuri infine aggiunge che «la stabilizzazione della Libia è fondamentale anche per la solidità dei vicini regionali […], la persistenza di elementi jihadisti […] può continuare a mettere a rischio la stabilità della Libia e dei Paesi confinanti, in primo luogo l’Egitto». Nella parte finale l’autrice avanza l’ipotesi che ritiene più probabile per il futuro della Libia. Sebbene la stesura del libro sia terminata qualche mese fa, la Jamahiriya, in base ai riscontri con la cronaca, sembra andare proprio nella direzione indicata dalla studiosa.

Dotato di equilibrio tra le parti storico-descrittive e le ipotesi interpretative e forte di una bibliografia molto vasta, Incognita Libia è un libro da leggere e consultare, se si vogliono seguire le dinamiche di un Paese che ci riguarda tanto da vicino e con cui siamo obbligati ad intrattenere rapporti “amichevoli”, oggi più mai.

n.5 Tripoli's Arts and Heritage Festival, ph. The Libya Observer
Tripoli’s Arts and Heritage Festival (ph. The Libya Observer)

 

Il comunitarismo delle società arabe per Khaled Fouad Allam

Il punto di vista usato dalla Mercuri per comprendere le dinamiche del Paese, cioè il concetto di frammentazione regionale e tribale, ci sembra in sintonia con il pensiero di Khaled Fouad Allam, sociologo e politico di origine algerina, docente universitario di Islamistica e Sociologia del mondo islamico, recentemente scomparso. Il caso della Libia – a parte le sue peculiari caratteristiche evidenziate dalla Mercuri − si può inserire nel quadro interpretativo che lo studioso costruisce in linea generale per le società del Medio Oriente, ossia la mancanza di un discorso unitario forte. In primo luogo il sociologo fa notare come in questa zona del mondo le varie etnie e confessioni siano segmentate e si trovino inserite all’interno di una geografia delle fratture, ossia in territori delimitati da linee di frattura geograficamente date. Un chiaro esempio di ciò lo abbiamo in Libia dove il deserto, che si spinge sino al Golfo Sirtico, separa anche fisicamente Tripolitania e Cirenaica.

Le nazioni arabe nate dal collasso dell’Impero turco − afferma Allam − oltre la perdita delle antiche frontiere hanno subìto un trauma nel passaggio da impero a nazioni “moderne” «non solo perché la società, nel suo complesso, non era preparata» ma perché è mancato «uno schema culturale in grado di aiutare la costruzione dell’idea di cittadino, di individuo, libero e uguale, a prescindere dalle appartenenze identitarie su basi etniche e religiose» (Allam, 2014: 103). In quelle che erano chiamate “province arabe dell’Impero ottomano” l’impianto istituzionale era «il millet che significa “quartiere” ma che definiva il modo di gestione del rapporto fra diversità culturale e istituzione musulmana» (ibid.: 96). Le varie comunità, cioè, mantenevano la loro autonomia in alcuni ma importanti settori. Le società mediorientali – dice il sociologo − sono essenzialmente di tipo comunitarista per cui il gruppo prevale sull’individuo e l’idea di nazione è partita dall’idea di gruppi in lotta fra loro (Allam, 2014: 94-96).

Note

[1] In una fonte citata dell’autrice, soltanto a Misurata si stima la presenza di circa 200 milizie, con 36.000-40.000 unità, attive nel contrasto all’Isis. Nel Paese le milizie sono responsabili di vari crimini, soprattutto verso gli ex supporter di Gheddafi.

[2] Opera citata nel testo, cap. II, I beduini della Cirenaica. Cfr. anche l’articolo dedicato a questo interessante saggio su https://formertime.wordpress.com/2016/01/04/gita-in-libia-2/.

[3] Un autore imprescindibile per una conoscenza del colonialismo italiano è Angelo Del Boca. In particolare per la Libia cfr. capp. V e VIII di Italiani, brava gente? Giornalista e storico, ha scritto numerosi e considerevoli testi sulle guerre coloniali dell’Italia denunciando, per primo tra gli studiosi italiani, gli eccidi e le devastazioni ordinati dai generali e compiuti dagli eserciti durante il fascismo.

[4] Per un’idea di questa realtà cfr. Esodo. Storia del nuovo millennio, dove il giornalista e reporter di guerra Domenico Quirico racconta ciò che ha visto direttamente e vissuto assieme ai migranti e l’articolo I rischi per i migranti bloccati in Libia, su «Le Monde», citati in bibliografia.

Riferimenti bibliografici

Khaled Fouad Allam, Il jihadista della porta accanto. L’Isis a casa nostra, ed. Piemme, Milano 2014

Frédéric Bobin, I rischi per i migranti bloccati in Libia, in «Le Monde», pubblicato in «Internazionale», n.1220, anno 24, sett. 2017

Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza editore ,Vicenza 2005, quinta ed. 2016

Edward E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, Oxford University Press 1949 (trad. it. Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, Edizioni del Prisma, Catania 1979)

Domenico Quirico, Esodo. Storia del nuovo millennio, Neri Pozza editore, Vicenza 2016

B.E. Selwan El Khoury , Come lo stato islamico è penetrato in Libia, in «Limes», n.3/2016: 101

Sulla Kalimera (pericolosa e indecente) da Novorossisk al Pireo

ponto ridotto
area proclamata “Repubblica del Ponto” dopo la prima guerra mondiale

Quante patrie a ognuno è dato avere? Quante se ne potevano sopportare?

Dal romanzo storico di Emidio D’Angelo Eravamo a Trebisonda, pubblicato di recente, riprendo alcune delle storie, vere, arrivate a noi attraverso la voce narrante di Lefteri, di Stavros, di Ghiorgos. Trascorso quasi un secolo da questi avvenimenti, il loro ricordo, senza questo testo, il primo in lingua italiana, sarebbe diventato per noi sempre più evanescente se affidato soltanto alle fonti storiche ufficiali e ai reperti di pubblicistica sull’argomento. Di quali fonti inoltre si tratta? Chi dovrebbe ricordare che migliaia di Greci pontini furono costretti a lasciare drammaticamente  le loro case, il lavoro, le città dove avevano sempre vissuto sulle coste del Mar Nero? Non lo fanno certo i Turchi, i quali ancora oggi non sono neanche disposti a riconoscere di avere compiuto un massacro, un genocidio ai danni della popolazione armena nello stesso periodo. Quest’ultimo argomento è considerato tuttora un tabù e liquidato sbrigativamente come “il problema armeno”- così mi è capitato di leggere mesi fa  in una storia dell’Impero ottomano scritto da una docente universitaria turca. Potrebbero forse farlo testi russi, quando la popolazione esule greca pontina che  si  era rifugiata in parte in città russe dell’altra sponda del mar Nero come Novorossirk e Rostov era stata penosamente sottomessa pure dalla nascente Unione sovietica?  E forse neanche  i Greci della madrepatria potrebbero voler ricordare troppo una storia che, in qualche caso – come racconta il testo – non li vide molto generosi nei confronti dei cugini greci del Ponto, considerati, appunto, lontani parenti, scomodi in quel contesto storico. Per meglio capire. La Grecia si trovava in uno stato di grande povertà, sfiancata sin dal 1912 dalle Guerre balcaniche, dal tornado della seconda guerra mondiale, compreso il tradimento delle forze alleate che non mantennero la promessa di farle avere i territori dell’Asia minore, del Ponto cioè, quindi dalla guerra contro la Turchia (1919-1922) cui seguì anche la perdita del bel porto di Smirne. Ciò che avvenne viene comunque definito come una catastrofe.

Nella prima parte della recensione avevo fatto percorrere  in poche righe  alla famiglia di Lefteri un lungo percorso di esilio forzato che li aveva portati da Trebisonda all’opposta sponda del mar Nero, zona russa divenuta sovietica.  Avevo accennato al clima di violenza e persecuzioni che bande di turchi, sostenuti e foraggiati dal nuovo movimento politico dei Giovani Turchi, avevano creato, al solo scopo di costringere tutte le  etnie diverse, e quindi i numerosi Greci, a scappare dalle città dell’Asia Minore lasciando ai Turchi tutti i loro beni. Presi alla sprovvista da tanta violenza inaspettata i partigiani greci in Anatolia  non furono in grado di organizzare una vera resistenza, in luoghi che erano sempre stati pacifico incontro di civiltà diverse.

giovani-turchi

Una delle pagine più coinvolgenti ricorda i magnifici roseti di via Kostantinov a Novorossisk  quando un corteo di protesta di contadini russi resi poverissimi dalla collettivizzazione forzata, fu travolto e spazzato via dall’artiglieria e cavalleria sovietica e i centomila petali di tutti i colori si mischiarono al sangue dei disperati. La narrazione proprio di questo episodio credo sia voluto dall’autore il quale – se nella postfazione dichiara come scrivere di queste tragedie non voglia in nessun modo “costituire un atto di accusa per gli eredi o per i governi dei Paesi dove i fatti sono avvenuti”- ha voluto comunque rimarcare che la violenza e la sopraffazione non sono  stati una peculiarità del nuovo governo turco all’epoca dei fatti, ma hanno animato alla pari  i fucili e gli squadroni dei giovani e promettenti Soviet, sia verso gli stranieri che verso il popolo russo.Con le proprietà requisite, stavolta dai soviet, e un clima divenuto pesantissimo, i nostri Greci si trovano a dovere abbandonare anche questa seconda patria.

In un’altra pagina il drammatico viaggio di migliaia di profughi sulla nave-merci Kalimera nel mare arrabbiato – dopo essere stati depredati delle loro misere provviste e cibo prima dai soldati russi alla partenza, poi dai Rumeni al passaggio dalle loro coste – li  spoglia della loro identità per assimilare il loro destino a quello dei tanti disperati che oggi arrivano o non arrivano sulle coste italiane, turche, greche sugli indecenti barconi, dopo avere attraversato migliaia di chilometri in terra africana e asiatica ed essere stati derubati da delinquenti, soldati e terroristi. Ma la sorpresa forse più amara è l’accoglienza tiepida che il giovane Lefteri e gli esuli pontini riceveranno al loro arrivo nella sognata Grecia, che si mischierà per sempre alla lacerazione per le patrie perdute, abbandonate.

 

I Greci del Ponto.Una tragedia poco conosciuta in Italia

trebi copiaPer raccontare quella che definisce “l’Odissea dei Greci del Ponto” lo scrittore Emidio D’Angelo fa parlare soprattutto Lefteri, un giovane adolescente figlio di una famiglia greca che da generazioni vive a Trebisonda, porto sul Mar Nero.  Dal 1917 circa, gli storici abitanti del Ponto, costa nord orientale dell’Anatolia, iniziano a subire forme di intolleranza da parte del moribondo Impero turco che ha appena perso e sta perdendo parti consistenti di suolo e non si rassegna al ridimensionamento dei suoi confini ed alla presenza di popoli di diversa etnia sul suolo turco. La Turchia deve essere solo dei Turchi. Gli Armeni – protagonisti e vittime del genocidio di massa ancora oggi non riconosciuto ufficialmente dal governo turco – avevano subìto anche  a Trebisonda, circa tre anni prima, il rastrellamento della popolazione maschile e  in città- narra Lefteri – erano rimasti solo bambini, anziani, donne. Un amico di giochi armeno gli ha detto che suo padre è “stato portato via due anni fa insieme ad altri uomini per andare a lavorare in Mesopotamia e nel Caucaso”.

A parte qualche sporadico episodio di insofferenza da parte di piccole bande di bulletti turchi, Lefteri continua ad attraversare quasi tutti i quartieri della sua città, sempre in cerca di scarpe da lucidare. E’ una famiglia molto povera la sua e lui decide di mettersi a fare il lustrascarpe perchè non vuole essere inchiodato in una bottega come garzone e perchè si diverte a girare e a scoprire. Ha fede nella coesistenza pacifica di Turchi, Greci, Armeni, Ebrei, Russi poiché è quello che ha sempre visto. Qualche piccolo dubbio – forse – quando il nonno gli spiega che “furono i greci di Mileto a fondare Trebisonda otto secoli prima che nascesse Cristo…i turchi arrivarono solo qualche  centinaio di anni fa dalle steppe dell’Asia…e costrinsero i greci a lasciare le coste del Ponto per rifugiarsi sulle montagne…e noi pontici siamo sempre stati un popolo senza Stato e senza esercito…”.

A piccoli passi si insinua la tragedia che vivranno tantissime famiglie nate e vissute nel Ponto e che si sono trovate nel mezzo di un terremoto politico in un momento storico recente e crudele a ridosso di una guerra mondiale che ha grondato sangue e del sorgere di nuove potenze mondiali. Perché questo pezzo di storia è rimasto così in ombra finora in Italia? L’Anatolia è proprio così lontana oggi?

copia europa
. da J. Hondius, J. Jansson, Nova Europae Descriptis, Amsterdam 1638 (pubblicata dalla rivista mensile Limes, marzo 2016). Il Mar Nero è indicato col nome di Pontus Euxinus.

 

Con ritmo lento ma implacabile  è descritto che una pacifica comunità inizia ad essere preoccupata poi intimorita da vaghe notizie di scontri e incidenti con i Turchi, da voci di uccisioni di greci e sparizioni, dalla visione di cortei  di individui ritenuti “scalmanati”  che agitano con fare aggressivo e minaccioso striscioni con dipinta la mezzaluna e le parole “LA TURCHIA E’ DEI TURCHI”. Ritroviamo la famiglia di Lefteri alla fine del romanzo, che romanzo non è, esule nella città russa di Novorossisk, sulla sponda opposta del mar Nero dove è fuggita contando anche sul legame religioso con la Russia, l’Ortodossia.

Di lì a poco, siamo all’inizio del 1920, la città viene occupata dai soldati russi rivoluzionari  e membri dei Soviet che,- si diceva – fossero atei. Il porto di Novorossisk comincia a spegnersi economicamente perché circola sempre meno danaro, iniziano a verificarsi risse tra la popolazione russa e i Greci pontici, divenuti apolidi e poveri. E presto arrivano anche  i controlli  socialisti, la riscossione di tasse mensili indipendentemente dai guadagni e pesanti restrizioni miranti a regolamentare la vita quotidiana.

Un romanzo storico che è sorretto e impreziosito dalle testimonianze, vere e tangibili, di alcuni dei suoi personaggi che l’autore ha conosciuto molti anni fa e che danno al testo un colore e una forza speciali. Grazie a questo autore, senza compiacimenti letterari, parlano in modo molto semplice Lefteri, Artemisia, Nicos e gli altri testimoni perchè è così che deve essere.E non ci potrebbe essere un’immagine più potente delle loro parole per gridare il dolore che mette insieme tutti i popoli oppressi della terra.