Siti di propaganda per combattenti e contromisure

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bandiera della “Rivolta Araba” (1916-1918)

Anni fa due piccolissimi bambini di un Paese islamico furono intervistati in una trasmissione televisiva per dire qualcosa sulla loro  madre, una giovane jihadista che si era fatta esplodere in un attentato, e la scena fu riproposta anche da una emittente italiana. La bambina, di circa sette anni, seduta compostamente, rispose “La mamma ha fatto martirio”, mentre le parole del fratellino, troppo piccolo per comprendere anche il contesto, furono soltanto “Io vado all’asilo”.  Volendo il giornalista mostrare l’assurdità di quella tragedia, nei fatti puntò le telecamere sulla mancata elaborazione di un dolore troppo grande per essere espresso.

Può essere grande l’attrattiva esercitata sui giovani da siti che sollecitano l’adesione ad un progetto di rivoluzione centrato sul jihad, che, forte anche delle sue promesse, si presenta già nella sua essenza come qualcosa di eroico e salvifico. Nel breve saggio Pensare il radicalismo islamico (in “Prometeo”, n.128, Mondadori, 2014) Claudio Vercelli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ha spiegato bene la natura prettamente politica del fondamentalismo, consistente in un moderno movimento di mobilitazione “…verso un obiettivo finale che non è stato ancora raggiunto”.  “Il nocciolo del fondamentalismo” – scrive Vercelli – ” non sta in ciò che promette, ma nella capacità di indurre gli affiliati a cercare di tener fede a tale promessa, convincendoli della necessità di ripetersi negli sforzi…”. Un soggetto politico di nuova concezione che si può nascondere ovunque  e in nessun luogo e che reinventa le modalità dello scontro.

Uno dei compiti più difficili degli Agenti scelti che lavorano costantemente sul Web a livello mondiale è smascherare la vera identità di uomini e donne che si nascondono nei vari social dietro profili ed account fasulli, corredati di foto altrettanto false.  Oltre che un compito è una sfida, sia perchè la reale identità di questi individui si disperde e viene occultata  dal groviglio consentito dalla rete, sia per il fatto che tanti vengono individuati ed eliminati ma altrettanti  riappaiono sotto altra veste. Considerazione che vale naturalmente anche per la quantità di truffatori che talvolta riescono ad  acchiappare persone sprovvedute o che non conoscono bene i mezzi che usano. Sono state anche trovate e disattivate quantità di  app , lanciate dall’Is (e da Talebani) per scambiare con i telefoni cellulari messaggi criptati. Alcune poi sono appositamente dedicate ai bambini, il cui indottrinamento è considerato essenziale da questi criminali.

Da un articolo sul Corriere della Sera del 2 agosto scorso, scritto da Andrea Galli, abbiamo avuto particolari su una vicenda di corrispondenza, in Italia,  fra aspiranti terroristi, veicolata da Internet, ma  fortunatamente bloccata  in tempo dalle indagini dei Carabinieri e del Ros di Milano. Un magazziniere pakistano residente dal 2003 a Vaprio d’Adda (Farook Aftab) scambiava in chat informazioni, foto e propaganda (jihadista ovviamente) con un albanese (tale Idbrahim Bledar) abitante in un paese vicino. Pare che i due, scoperti ed espulsi dall’Italia, non si siano mai incontrati nella realtà e però comunicavamo molto bene; Bledar anche con Maria Giulia Serio, la ventottenne italiana che, abbracciata la fede islamica, si è trasferita in Siria assieme al marito albanese nel 2014, per unirsi ai terroristi dell’Is.

E’ alla Siria ed alla Libia che bisogna guardare – secondo il giornalista Galli – per andare alla ricerca di altri possibili attentatori mentre c’è chi si spinge oltre, intravedendo nella Somalia più profonda (dove agiscono i jihadisti di Al Shabaab) segnali e movimenti utili per comprendere ciò che il futuro potrebbe riservare al mondo nell’ambito di questa imprevedibile guerra dichiarata nei fatti dal terrorismo fondamentalista. Questa ipotesi è stata avanzata dal reporter di guerra Domenico Quirico  – in un servizio pubblicato da “La Stampa” il  15 agosto scorso – profondo conoscitore dell’argomento, il quale, inviato in Siria nel 2013, fu fatto prigioniero dall’Is e vi rimase per sette mesi. Potè poi fortunatamente ritornare in Italia.  “I margini delle cose spiegano meglio quanto accade…è li che bisogna cercare…Chi cerca al centro si perde nella illusione di capire…Qui (Quirico parla della Somalia), in questa periferia del mondo, margine apparente del Califfato, maturano le sue implacabili metamorfosi, si preparano le micidiali sorprese che ci riserverà domani.”

Le motivazioni che possono spingere un essere umano, per lo più sono giovani,  a muoversi verso una direzione totalitaria che lascia alle sue spalle ogni residuo di ragione è diventato purtroppo un argomento di rilievo in quasi tutto il mondo. Si indagano le ragioni storiche e sociali del fondamentalismo e non mancano gli studi di psicologia sociale nel tentativo di delineare i “profili” degli attentatori terroristi che si dichiarano di fede islamica.

Qualche informazione su quello che è considerato il primo terrorista europeo, Khaled Kelkal, francese di origine algerina, ucciso dalla Polizia nel  2005 nei pressi di Lione è contenuto nell’articolo con il link riportato sotto

http://www.carteggiletterari.it/2016/10/26/1995-viene-ucciso-in-francia-il-primo-terrorista-jihadista-cosa-e-cambiato-da-allora/ ,  pubblicato dalla rivista “Carteggi letterari critica e dintorni”

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