Faraoni di ieri e di oggi, nazisti imboscati e diritti negati

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vignetta del cartoonist giordano Osama Hajjaj

Uno dei parametri per quantificare la presenza di democrazia di un Paese è il riconoscimento e il rispetto reale dei diritti umani fondamentali. Un aspetto costante dei regimi dove questi vengono negati è il ricorso alle informazioni fornite o estorte da spie e “osservatori”, tramite polizia e servizi segreti più o meno legalizzati. Questo articolo guarda all’Egitto in quanto la morte per tortura del ricercatore italiano Giulio Regeni avvenuta al Cairo nel gennaio 2016 ha scoperchiato e reso trasparente la drammatica realtà di una dittatura dove le sparizioni, gli arresti, le torture e la morte dei cittadini ritenuti  oppositori sono all’ordine del giorno. L’enorme potere di cui godono militari e polizie ha radici storiche documentate da studiosi e testimonianze fornite dalla presenza sul campo di valenti giornalisti e visitatori.


Uno dei più stimati giornalisti e reporter del secolo scorso è il polacco Ryszard Kapuściński che lavorò in Egitto per la prima volta nel 1960, presidente il colonnello Gamal Abdel Nasser e quando il Cairo era anche la capitale della Repubblica araba unita.

Nel suo In viaggio con Erodoto così descrive la situazione (2007:110-11)

«Avevano tutti gli occhi e le orecchie. Qua un sorvegliante, là un guardiano, più oltre una figura immobile su una sedia a sdraio […] quelle persone non facevano niente di preciso, ma i loro occhi formavano una fitta rete di osservazioni incrociate che copriva l’intero spazio stradale, dove tutto quel che accadeva veniva tempestivamente osservato e riferito» e più avanti «Basta assoldare questi individui e dare loro la sensazione di servire a qualcosa […] l’uomo della strada asservito alla dittatura comincia a considerarsi una parte del potere, un individuo importante e significativo […] la dittatura ottiene con poca spesa, anzi quasi gratis, uno zelante e onnipresente agente segreto.»

E a proposito di Nasser, guida del colpo di stato militare del 1952 che detronizzò il re Faruk  e pose fine al periodo “liberale” che il Paese aveva vissuto dal 1922 al 1952:

«Per molto tempo aveva dovuto lottare contro una forte opposizione interna: da un lato i comunisti, dall’altro i Fratelli Musulmani […] Contro entrambe queste forze Nasser manteneva corpi di polizia d’ogni genere.» (ibid.:109)

Tra le moltissime pagine scritte su questo regime in vari saggi dallo storico Massimo Campanini e che riguardano questo specifico aspetto troviamo parole simili in Storia del Medio Oriente «Di fatto, un pesante clima di sospetto e di controllo poliziesco venne a gravare sulla società »  (2006:129). Persino quando descrive il periodo politico della Rau ‒ unione di Egitto con la Siria ispirata al panarabismo di Nasser e da lui fortemente voluta ‒ lo studioso sottolinea il pugno duro esercitato dal rais egiziano, mediante una stretta vigilanza poliziesca, nei confronti della più piccola Siria, dello stesso partito Ba’th che pure lo aveva sostenuto e anche dell’esercito siriano, che venne epurato. Come  capo delle Forze armate in Siria Nasser inviò un suo carissimo amico, il feldmaresciallo ‘Abd al Hakīm ‘Āmer, che aveva partecipato al golpe degli Ufficiali Liberi nel ’52 e che raggiunse la massima carica dell’esercito, capo di Stato Maggiore.  Nasser si fidava talmente di Amer che lo nominò anche vice presidente dell’Egitto, ma la misteriosa fine del maresciallo [1] è ancora da approfondire.

Potenza dell’esercito e i nemici di Nasser

In Egitto vi è una tradizione di potere in mano ai militari risalente al periodo dei Mamelucchi, come afferma anche l’insegnante di Studi ottomani nella Istambul Bilgi University Suraya Faroqhi, nel saggio L’Impero Ottomano (2006:120-121).  La studiosa, nel fare riferimento allo storico legame tra Turchia ed Egitto nel tipo di organizzazione militare, scrive

«Mahmud II [sultano nel periodo1808-1839, N.d.A.] adottò modelli di comportamento che gli erano stati mostrati dal governatore dell’Egitto Mehemed Alì. Questa provincia, a partire dalla conquista ottomana del 1517, era stata amministrata internamente da schiavi militari affrancati (i Mamelucchi) che controllavano il paese già dal XIII secolo.» 

Anche se per consolidare il suo potere Mehemed Alì fece uccidere i capi delle principali consorterie mamelucche, vi era un esercito permanente composto  tramite il reclutamento di contadini egiziani e addirittura «l’esercito egiziano rappresentava l’unica forza militare potente di cui poteva disporre a quei tempi l’amministrazione centrale ottomana » (ibid.:121). L’esercito mamelucco era talmente forte che riuscì ad impedire (battaglia di ‘Ayn Jalut, 1260) la conquista dell’Egitto da parte dei Mongoli, i quali avevano già conquistato l’odierno Iraq.

Tornando all’epoca di Nasser, Campanini, in Storia dell’Egitto, descrive come la presa di potere del rais avrebbe, ovviamente, comportato la creazione di un regime fortemente autocratico basato su un partito unico e, sopra tutti, sul presidente, anche se molte aperture sul piano sociale furono fatte.  L’avversario politico più accanito furono i Fratelli Musulmani che condannavano il nazionalismo arabo e l’ateismo di Nasser

Nel 1966 i Fratelli organizzarono un complotto per uccidere Nasser. Il presidente rispose con la più dura delle persecuzioni e delle reprimende mai scatenate contro di loro. Qutb [2] fu impiccato; la pasionaria dell’organizzazione, Zaynab al-Ghazali, tra molti altri, fu spietatamente torturata. (2017:203).

La testimonianza di Zaynab al-Ghazali e la “letteratura delle carceri”

Zaynab al-Ghazali al-Jabȋlȋ  è stata una fervente devota dell’Islam, militante dei Fratelli e una delle prime femministe in Egitto, naturalmente nei limiti imposti dall’Islam. Dopo un anno trascorso in carcere tra le sevizie, in un processo-farsa fu condannata a 25 anni di lavori forzati e fu però graziata dopo cinque anni, morto Nasser. L’unico suo libro tradotto in italiano si intitola Giorni della mia vita nelle prigioni del Faraone Nasser e fa parte di una vasta letteratura sviluppatasi in molti Paesi arabi con regimi autoritari, in particolare in Egitto, a partire dagli anni sessanta, imperniata sulla repressione carceraria, gli arresti indiscriminati  e immotivati,  il controllo violento sulla popolazione e la onnipresenza di servizi segreti, la “letteratura  delle carceri”.

In questa autobiografia l’autrice alterna la descrizione delle terribili torture subite ciclicamente per un anno (si voleva da lei una confessione di avere cospirato e ordito complotti assieme ai Fratelli Musulmani per uccidere Nasser) con preghiere e descrizioni delle visioni e degli stati d’animo di tipo mistico vissuti in carcere. A completamento delle pesantissime accuse mosse al “tiranno”, Zaynab al Ghazali afferma anche che «In quanto a Nasser, la storia lo giudicò il 5 giugno 1967 [3], quando decise di evacuarci ( I Fratelli, N.d.A.) dalla prigione militare per incarcerarvi i suoi stessi uomini, i suoi agenti e i suoi più stretti collaboratori» (1989:145).

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Nazisti imboscati e nazisti in qualità di tecnici

Probabilmente nessuno degli scrittori e intellettuali arrestati era però essere a conoscenza del fatto che al Cairo in quel periodo circolavano alcuni criminali nazisti. Nel 2008 Nicholas Kulish e Souad Mekhennet due collaboratori del «New York Times» attraversano le strade della città mostrando agli abitanti una foto vecchia e rigata  che ritrae il medico austriaco delle Waffen-SS Aribert Ferdinand Heim, il medico boia di Mauthausen, latitante al Cairo per quasi trenta anni, sino al 2012, anno della presunta morte. Con questo indizio riescono a trovare in uno scantinato una borsa di cuoio impolverata, zeppa di documenti e corrispondenza firmata dal criminale ricercato [4] e, risalendo alla famiglia di Heim, possono ricostruire il suo percorso egiziano.

Detto anche “il macellaio di Mauthausen” o “il dottor morte”  durante la sua permanenza al campo di sterminio aveva torturato e ucciso deliberatamente e in modi crudeli prigionieri sani anche per compiere esperimenti.

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Aribert Ferdinand Heim (ph. sito WWII Gravestone)

Ma il medico austriaco non fu il solo criminale nazista a soggiornare in Egitto a quel tempo.

Se Heim, presumibilmente, riuscì a nascondersi alle autorità egiziane – aveva acquisito nome e cognome arabi e si era “convertito” all’Islam  ̶  diversi ufficiali tedeschi, tra cui ex militari della Wehrmacht, (sono citati Wilhelm Voss, Ernst-Günther Gerhartz , Wilhelm Fahrmbacher ) furono invece chiamati dal governo egiziano in qualità di tecnici. Kulish e Mekhennet scrivono ne Il dottor Morte

I tedeschi erano accolti a braccia aperte non soltanto in America Latina , dove emigrarono a frotte, ma anche in Egitto, paese che ne apprezzava le competenze e non si curava né del loro passato né della fede politica. I primi consiglieri militari tedeschi arrivarono nella capitale egiziana intorno al 1950. […] Parecchi militari del movimento Ufficiali Liberi […] avevano simpatizzato per la Germania. Speravano che una vittoria nazista ponesse fine all’influenza coloniale britannica nel loro paese. Il nuovo regime di Nasser non solo non cambiò posizione, ma arruolò un numero anche maggiore di soldati e tecnici tedeschi. Gli ex militari della Wehrmacht […] lavoravano per il Ministero della Guerra e contribuivano ad addestrare l’esercito e migliorare gli armamenti (2014:73-74).

Poco dopo gli autori ci riportano al tema dei servizi segreti e delle prigioni

Ogni tanto la stampa scriveva che ex membri delle SS e della Gestapo erano andati a ingrossare le file dei servizi segreti del Cairo e contribuivano persino alla creazione dei campi di concentramento in cui rinchiudere gli oppositori del regime di Nasser (ibid.:74).

 

Le misure contro il terrorismo islamico acuiscono le dittature

L’orientamento di Nasser seguiva un filo coerente. Simpatie dei regimi egiziani per l’Asse italo-tedesco erano stati evidenti già con il re Faruk e – riferisce Campanini  ‒ anche nel giovane Anwar al-Sadat degli Ufficiali Liberi, sempre in funzione anti-inglese (Storia dell’Egitto, 2017:183).  Il successore di Nasser,  passato alla storia per l’incontro di pace con Israele, all’interno si trovò a dover combattere un feroce terrorismo di matrice islamica e perseguì anche lui epurazioni (dei seguaci di Nasser ma anche di personalità della cultura), giri di vite e arresti indiscriminati contro gli oppositori (Medio Oriente, 2007:175). Fu assassinato nel 1981 da un fondamentalista islamico al grido «Ho ucciso Faraone!».

Il controllo poliziesco sulla società si estese ancora con Mubarak, che, nella continua lotta al terrorismo, varò riforme costituzionali per rafforzare ulteriormente il potere esecutivo «nel mentre vengono abolite l’habeas corpus e le garanzie individuali dello stato di diritto» (ibid.178).

Il regime di “emergenza” in pratica non è mai finito. E mentre la famiglia e l’Italia aspetta da più di due anni di conoscere da chi e perché è stato ferocemente torturato a morte Giulio Regeni, al punto da renderlo irriconoscibile, con il generale al-Sīsī al governo la cronaca ci riporta quasi quotidianamente notizie di arresti, sparizioni e morte di cittadini egiziani di qualunque strato sociale, primi fra tutti gli attivisti nell’ambito della difesa dei diritti umani, come per i membri della Ong Ecf (Commissione per i diritti e la libertà) Amal Fathy e l’avvocato Haitham Mohammedine, arrestati, e per i legali e consulenti della famiglia Regeni Ahmad Abdallah e Ibrahim Metwally, fermato e posto agli arresti mentre si recava a Ginevra a discutere di persona di persone scomparse.

Basta esprimere un cenno di opposizione in un blog o anche scattare delle foto per un’agenzia di stampa durante un violento sgombro della polizia come è accaduto per il giovane reporter Mahmoud Abu Zeid (detto Shakwan), in prigione dal 2013 con udienze continuamente rinviate. Per lui è stata chiesta la massima pena, morte per impiccagione.

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Con queste “coincidenze” è proprio difficile pensare che la morte di Giulio sia stata un caso di cui il governo egiziano ignori i particolari, le motivazioni e gli autori materiali. E, probabilmente, un elemento che nella nostra cultura è un punto di merito per un ricercatore che si reca in Egitto, ossia  una certa conoscenza della lingua araba, è stato in quel regime un aggravio ai fini della sua condanna.

Note

[1] Sulla morte di Amer, ufficialmente suicidio, è stata avanzata l’ipotesi che Nasser lo abbia costretto a suicidarsi a seguito della terribile sconfitta subita nel 1967, durante la cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, dalle forze militari egiziane comandate appunto da Amer. Se Igor Man, prestigiosa firma de «La Stampa» e analista del Medio Oriente, in Diario Arabo aveva raccontato che «A pagare fu il maresciallo Amer, comandante supremo, un uomo bello e gentile, legato da una amicizia carnale a Nasser del quale tuttavia non condivideva la “politica dell’azzardo”. Il rais, che pure lo amava, lo fece suicidare», la storia ha tuttavia  dato un giudizio negativo sull’operato del maresciallo, accusato di incompetenza e sospettato di volere organizzare un golpe. Un film egiziano del 2009, Al Rais wal Moushir (The president and the marshal) ha riaperto la  controversa questione della morte alla luce della complessa relazione tra i due uomini. Familiari di Amer hanno avanzato critiche verso il racconto sostenendo che il loro congiunto è stato ucciso e riportando prove forensi.

[2] Sayyid Qutb fu uno dei massimi ideologi dell’organizzazione politico-religiosa dei Fratelli Musulmani

[3] Data di inizio della Guerra dei Sei Giorni

[4] Alla fine della guerra Heim era stato in un campo di prigionia in Francia gestito dagli americani,  dove aveva esercitato la medicina e, per ironia della sorte, avuto apprezzamenti per il suo lavoro. Non risultando tra i criminali di guerra fu poi rilasciato, dopo tre anni di detenzione in vari campi, e qualche anno dopo fuggì al Cairo.

Riferimenti bibliografici (in ordine di citazione)

Ryzard Kapuściński, In viaggio con Erodoto, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2007

Massimo Campanini, Storia del Medio Oriente 1798-2006, Il Mulino, Bologna 2007

Faroqhi Suraiya, L’impero ottomano, Il Mulino, Bologna 2008

Igor Man, Diario Arabo.Tra il serio della guerra e il sacro del Corano, Bompiani 2002

Nadia Abou el Magd, Film to explore Egyptian’s general suspicious death, in «The National World», 15-12-2009

Zaynab al-Ghazali al-Jabȋlȋ,  Days of my life, Hindustan Publications, 1989, trad. it. Giorni della mia vita nelle prigioni del Faraone Nasser nel sito web La Madrasa di Malika https://lamadrasadimalika.wordpress.com (consultato  in maggio 2018)

Nicholas Kulish e Souad Mekhennet, Il dottor Morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2014

Massimo Campanini, Storia dell’Egitto.Dalla conquista araba a oggi, Il Mulino, Bologna 2017

(Questo articolo è stato cortesemente pubblicato nel n.32 della rivista periodica on line <<Dialoghi mediterranei>> http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/egitto-faraoni-di-ieri-di-oggi-nazisti-imboscati-e-diritti-negati/ )  

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Storia ed evoluzioni dell’implosione libica

Articolo pubblicato nel n. 28 del periodico “Dialoghi Mediterranei” dell’Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo

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Mellitah (Libia) terminale di compressione

Non c’è forse altro Paese crocevia della Storia quale è oggi la Libia, terra senza Stato e senza Governo, attraversata da una massa imponente di popolazioni che vi si riversano dopo sofferte e drammatiche fughe per tentare di raggiungere l’Europa e minacciata dalla presenza di numerosi gruppi jihadisti, primo fra tutti l’Isis. Per questi motivi si trova centro dell’attenzione di molteplici osservatori ma rimane un Paese poco conosciuto nelle sue dinamiche interne e poco compreso nelle sue più complesse articolazioni. Da qui l’importanza di guide e strumenti che ci aiutino a conoscere questa realtà geografica che guarda con noi e come noi al Mediterraneo.

Michela Mercuri − docente universitaria di Storia contemporanea, analista ed esperta di politica estera, in particolare dei Paesi del Medio Oriente dopo le rivolte arabe − in questo denso saggio, Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso (FrancoAngeli 2017) ripercorre un secolo di storia della Libia alla ricerca delle cause che hanno determinato l’attuale stato di bellicosa anarchia del Paese, di cui non sembra intravedersi la fine, e che preoccupa tutta l’Europa per la mancanza di un unico interlocutore politico chiaro e stabile. La storia degli avvenimenti e delle dinamiche socio-politiche libiche, dall’inizio dello scorso secolo sino a questi ultimi mesi − con un breve excursus sulla precedente dominazione turca − non è fine a se stessa, ma la base necessaria per una compiuta analisi di ambito geopolitico che consente all’autrice non solo di spiegare nascita e atomizzazione di uno dei principali attori dell’attualità libica: le più che numerose milizie armate [1], con tutte le loro estensioni, in altri termini i loro sponsor locali e internazionali, ma anche di indagare intorno alle strutture e alla composizione delle tribù che costituiscono la base fondante dell’organizzazione sociale nonché di esaminare i rapporti di forza tra i rappresentanti politici dei territori libici e di formulare infine qualche ipotesi sul futuro realisticamente più probabile per questo Paese.

Per ovvie ragioni ampio spazio viene dato all’intreccio dei rapporti economici e politici che, nel bene e nel male, legano in modo privilegiato all’Italia, ed all’Eni, questa terra che si fa fatica a definire nazione, e che attualmente ha “due governi e mezzo”

Divisioni

La chiave di lettura utilizzata dall’autrice si incentra su «le fratture regionali e tribali che sono emerse, con rinnovato vigore, dopo la morte del rais, tanto da divenire uno dei temi centrali del dibattito sui possibili assetti futuri del paese». Il primo e più evidente contrasto, che da sempre è saltato agli occhi di visitatori e studiosi è quello tra le due principali regioni, Tripolitania e Cirenaica −conquistate a due anni di distanza dall’Impero ottomano – perché

«Le due “province” erano profondamente diverse. Tripoli, nell’ovest del Paese, era una terra di mercanti, il porto mediterraneo più vicino al deserto, rivolta verso il Maghreb (il tramonto) e guardava verso Tunisi, soprattutto per gli scambi commerciali. Bengasi, a est, si affacciava sul Mashrek (l’alba) e guardava verso l’oriente».

Altri fattori di differenziazione opportunamente sottolineati sono il prevalere, nella popolazione, dell’elemento arabo in Cirenaica e di quello berbero in Tripolitania, il radicamento storico della confraternita della Senussia in Cirenaica ed il suo ruolo come elemento unificante per la popolazione sia nell’ambito religioso che politico-sociale. Un retaggio che ancora oggi permane ma che riguarda, appunto, soltanto la Cirenaica. E ancora il fatto che gli Ottomani instaurarono rapporti amministrativi e di sudditanza verso l’Impero differenti nei due vilàyet (province). Di fronte all’invasione italiana le due regioni organizzarono la resistenza in modo diverso secondo la composizione dei centri di potere.

«Nella Tripolitania, priva di un riferimento politico unico, i volontari costituivano delle unità combattenti sotto la guida dei capi tribù e degli ufficiali turchi. In Cirenaica, invece, il panorama era diverso: qui c’era un unico centro propulsivo connotato dal potere politico e religioso della senussia».

Quando nel 1933 fu completata dall’Italia l’unione delle due province più il Fezzan (con Italo Balbo governatore generale)

«l’unità proclamata sulla carta non bastò a creare quella della Nazione e delle sue genti, e non bastò neppure l’ambiziosa costruzione della via Balbia, la litoranea che univa la Tripolitania alla Cirenaica. I due territori erano stati uniti amministrativamente e poi anche fisicamente, ma questo non fu sufficiente per cementare un’identità nazionale unitaria mai esistita».

Del resto, con l’ affermazione «La Libia non è mai stata una Nazione» si apre la prefazione al libro firmata da Sergio Romano.

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Libia storica

La tribù come elemento socialmente fondante

 

Michela Mercuri considera il sistema organizzativo e socioculturale delle tribù uno dei cardini interpretativi più convincenti della contemporaneità libica. Mentre il carisma della confraternita, dato anche dalla offerta di welfare dei vari monasteri, aveva limitato la frammentazione tribale nell’entroterra, «il potere delle tribù si consolidò ulteriormente dopo la conquista italiana». E più avanti «Le tribù, parzialmente “sedate” durante il quarantennio gheddafiano, sono state sovente aghi della bilancia degli equilibri interni» .

Risulta ancora oggi utile uno studio compiuto più di settanta anni fa dallo storico britannico Edward E. Evans-Pritchard, militare di stanza in Cirenaica durante la seconda guerra mondiale, che aveva vissuto per un certo tempo con gli indigeni semi-nomadi (Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale, Ed. del Prisma, 1949). Se lo scopo principale del testo era descrivere l’importante legame dei beduini della Cirenaica con la Senussia, il contatto diretto dello studioso con la gente delle tribù, accompagnato da un grande rispetto, gli consentì di comprendere le dinamiche interne dei clan, e il loro rapporto con le città. Le tribù – notava Evans-Pritchard − a loro volta segmentate in suddivisioni di vari livelli, erano più forti delle città e non avevano a che fare con le amministrazioni, con le leggi e i tribunali cittadini. Erano alquanto incontrollabili, furono compattate soltanto in Cirenaica dall’obbedienza alla Senussia contro l’invasione italiana. Quando l’Italia fascista distrusse le strutture di base della confraternita, i monasteri, e tutta la loro organizzazione politica, venne a mancare l’unico elemento unificante. Essendo inoltre il principio della struttura tribale la contrapposizione tra le sue sezioni o segmenti, non c’era spazio per un governo o uno Stato [2].

L’era del rais

Michela Mercuri riesce a condensare sapientemente in poche pagine le vicende della Libia sotto il lunghissimo dominio di Gheddafi a partire dalle intese e scontri che i politici italiani ebbero con il dittatore. Prima di lui «la Costituzione promulgata il 7 ottobre del 1951, stabilì la nascita del Regno unito di Libia, con una Monarchia ereditaria e un sistema federale rappresentativo» ma

«nella “nuova” Libia unitaria, fatta eccezione per sparuti gruppi nazionalistici, i cittadini libici si identificavano per lo più con la famiglia, la tribù, la regione e, in senso ancor più generale, si consideravano parte della comunità islamica dei credenti ma non della nazione libica».

Dopo avere inquadrato storicamente la presa del potere del colonnello nel 1969, in parallelo con le vicende politiche del vicino Medio Oriente, l’autrice si propone di «capire le trasformazioni che egli ha impresso al Paese e che hanno contribuito a renderlo una delle sfide più complesse per la stabilità dello scacchiere mediterraneo» e delinea «l’impalcatura che il rais volle dare alla Libia, soprattutto da un punto di vista interno, per spiegare come questo assetto ne abbia forgiato il presente con tutti i suoi problemi di instabilità».

Al di là degli aneddoti sugli aspetti caratteriali e dell’ambizioso progetto del colonnello di “una terza via universale” per sanare il suo Paese, e senza disconoscere l’importante ruolo politico-strategico raggiunto con lui dalla Libia a livello internazionale, ciò che viene rimarcato è «un inasprimento della dittatura che presto si stava trasformando in tirannia personale di Gheddafi sulla Libia e sui libici» e il fatto che «trasformò in ideologia ufficiale dello Stato la rappresentazione non statale del potere propria della cultura delle tribù». Altri pesanti provvedimenti come lo scioglimento dell’esercito, sostituito da corpi militari e para-militari e servizi segreti alle sue dirette dipendenze saranno carichi di conseguenze.

Toccante è il racconto dell’allontanamento obbligato dal Paese delle famiglie di coloni italiani per ordine del rais nel 1971, con l’apporto di interviste rilasciate all’autrice da alcuni testimoni. Un torto che va inquadrato nell’ottica gheddafiana come una parte delle azioni “compensative” dell’Italia verso la ex colonia. Un’altra parte è l’immensa quantità di danaro richiesta più volte dal dittatore ai nostri vari governi. A questo punto va però ricordato che l’Italia fascista, per la conquista, aveva usato i più crudeli e cruenti mezzi infierendo anche sulla popolazione civile con deportazioni di massa, campi di concentramento e lavori forzati e costruendo un reticolato di 270 km per isolare definitivamente la resistenza beduina capitanata da Omar al- Mukhtàr [3].

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Michela Mercuri

 

Petrolio, migrazione, terrorismo

Da qui in avanti il saggio miscela in modo comprensibile anche a chi non abbia grandi conoscenze del tema, avvenimenti di storia e di cronaca recente con elementi di geopolitica, facendo entrare nella scena man mano quegli attori dell’area mediorientale e internazionale, quei Paesi che, nella partita a scacchi con la Jamahiriya (appellativo che diede Gheddafi alla forma politica della Libia), possono trarre dei vantaggi economici o territoriali. Ora se l’oggetto del contendere sono senza dubbio le enormi riserve di petrolio e gas, negli anni recenti un massiccio e inarrestabile fenomeno, la migrazione, ha come cardine la Libia, passaggio quasi obbligato per l’Europa. Questa immane tragedia umanitaria è divenuta qui il nuovo business per bande di trafficanti e assassini, che, in rapporti ambigui e spesso con la complicità delle forze dell’ordine ufficiali, gestiscono la tratta degli esseri umani e i vari centri segreti di smistamento e detenzione dei migranti. [4].

Se alla presenza di gruppi di terroristi islamici fortemente radicati, di campi di addestramento e traffici di armi si aggiunge che «il Consiglio presidenziale di Fayez al-Sarraj, che si è insediato a Tripoli da più di un anno e mezzo, non controlla neanche la capitale ed è sotto il giogo delle molte fazioni locali», minacciato in primo luogo dalle aspirazioni del generale Haftar che esercita il potere militare in Cirenaica, e che «nessuno dei due “governi libici” ha il benché minimo controllo dei gruppi che popolano il sud del Paese», si ha una miscela esplosiva che fa della Libia un Paese pericoloso e pieno di incognite. A proposito del traffico di armi un articolo pubblicato nel 2016 su «Limes» (B. E. Selwan El Khoury, 3/2016,101) cita un report del sito arabo Middle East Online secondo cui «…in Libia vi sarebbero circa mille trafficanti di armi e oltre venti reti di contrabbando attive tra Libia e Tunisia […] e sarebbero presenti tra i 22 e i 28 milioni di armi, vale a dire 20 milioni più di quelle lasciate dal regime di Gheddafi».

Michela Mercuri infine aggiunge che «la stabilizzazione della Libia è fondamentale anche per la solidità dei vicini regionali […], la persistenza di elementi jihadisti […] può continuare a mettere a rischio la stabilità della Libia e dei Paesi confinanti, in primo luogo l’Egitto». Nella parte finale l’autrice avanza l’ipotesi che ritiene più probabile per il futuro della Libia. Sebbene la stesura del libro sia terminata qualche mese fa, la Jamahiriya, in base ai riscontri con la cronaca, sembra andare proprio nella direzione indicata dalla studiosa.

Dotato di equilibrio tra le parti storico-descrittive e le ipotesi interpretative e forte di una bibliografia molto vasta, Incognita Libia è un libro da leggere e consultare, se si vogliono seguire le dinamiche di un Paese che ci riguarda tanto da vicino e con cui siamo obbligati ad intrattenere rapporti “amichevoli”, oggi più mai.

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Tripoli’s Arts and Heritage Festival (ph. The Libya Observer)

 

Il comunitarismo delle società arabe per Khaled Fouad Allam

Il punto di vista usato dalla Mercuri per comprendere le dinamiche del Paese, cioè il concetto di frammentazione regionale e tribale, ci sembra in sintonia con il pensiero di Khaled Fouad Allam, sociologo e politico di origine algerina, docente universitario di Islamistica e Sociologia del mondo islamico, recentemente scomparso. Il caso della Libia – a parte le sue peculiari caratteristiche evidenziate dalla Mercuri − si può inserire nel quadro interpretativo che lo studioso costruisce in linea generale per le società del Medio Oriente, ossia la mancanza di un discorso unitario forte. In primo luogo il sociologo fa notare come in questa zona del mondo le varie etnie e confessioni siano segmentate e si trovino inserite all’interno di una geografia delle fratture, ossia in territori delimitati da linee di frattura geograficamente date. Un chiaro esempio di ciò lo abbiamo in Libia dove il deserto, che si spinge sino al Golfo Sirtico, separa anche fisicamente Tripolitania e Cirenaica.

Le nazioni arabe nate dal collasso dell’Impero turco − afferma Allam − oltre la perdita delle antiche frontiere hanno subìto un trauma nel passaggio da impero a nazioni “moderne” «non solo perché la società, nel suo complesso, non era preparata» ma perché è mancato «uno schema culturale in grado di aiutare la costruzione dell’idea di cittadino, di individuo, libero e uguale, a prescindere dalle appartenenze identitarie su basi etniche e religiose» (Allam, 2014: 103). In quelle che erano chiamate “province arabe dell’Impero ottomano” l’impianto istituzionale era «il millet che significa “quartiere” ma che definiva il modo di gestione del rapporto fra diversità culturale e istituzione musulmana» (ibid.: 96). Le varie comunità, cioè, mantenevano la loro autonomia in alcuni ma importanti settori. Le società mediorientali – dice il sociologo − sono essenzialmente di tipo comunitarista per cui il gruppo prevale sull’individuo e l’idea di nazione è partita dall’idea di gruppi in lotta fra loro (Allam, 2014: 94-96).

Note

[1] In una fonte citata dell’autrice, soltanto a Misurata si stima la presenza di circa 200 milizie, con 36.000-40.000 unità, attive nel contrasto all’Isis. Nel Paese le milizie sono responsabili di vari crimini, soprattutto verso gli ex supporter di Gheddafi.

[2] Opera citata nel testo, cap. II, I beduini della Cirenaica. Cfr. anche l’articolo dedicato a questo interessante saggio su https://formertime.wordpress.com/2016/01/04/gita-in-libia-2/.

[3] Un autore imprescindibile per una conoscenza del colonialismo italiano è Angelo Del Boca. In particolare per la Libia cfr. capp. V e VIII di Italiani, brava gente? Giornalista e storico, ha scritto numerosi e considerevoli testi sulle guerre coloniali dell’Italia denunciando, per primo tra gli studiosi italiani, gli eccidi e le devastazioni ordinati dai generali e compiuti dagli eserciti durante il fascismo.

[4] Per un’idea di questa realtà cfr. Esodo. Storia del nuovo millennio, dove il giornalista e reporter di guerra Domenico Quirico racconta ciò che ha visto direttamente e vissuto assieme ai migranti e l’articolo I rischi per i migranti bloccati in Libia, su «Le Monde», citati in bibliografia.

Riferimenti bibliografici

Khaled Fouad Allam, Il jihadista della porta accanto. L’Isis a casa nostra, ed. Piemme, Milano 2014

Frédéric Bobin, I rischi per i migranti bloccati in Libia, in «Le Monde», pubblicato in «Internazionale», n.1220, anno 24, sett. 2017

Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza editore ,Vicenza 2005, quinta ed. 2016

Edward E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, Oxford University Press 1949 (trad. it. Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, Edizioni del Prisma, Catania 1979)

Domenico Quirico, Esodo. Storia del nuovo millennio, Neri Pozza editore, Vicenza 2016

B.E. Selwan El Khoury , Come lo stato islamico è penetrato in Libia, in «Limes», n.3/2016: 101

L’Algeria, l’Islam e la cultura amazigh. Intervista a Karim Metref

 

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Questa intervista è stata cortesemente pubblicata nel n. 26 del periodico  <<Dialoghi Mediterranei>> dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo

Perché intervistare Karim Metref?  Ho insegnato un anno in Algeria, ad Orano, tanti anni fa, in una scuola per bambini  italiani e non ho più avuto l’occasione di dialogare con qualcuno che lì fosse nato e vissuto e che avesse una visione del mondo vicina alla mia. Gli ho rivolto domande su temi a me cari e che giudico rilevanti al fine di una reale conoscenza di aspetti sociali e geopolitici lontani, e che però ci riguardano da vicino. Facciamo parte di un universo, il nostro orizzonte non può essere quello della strada di fronte.

Karim, nato nel ’67 in un piccolo paese della Cabilia, fin da giovane, è stato impegnato  in Algeria nell’attivismo per la difesa dei diritti culturali dei Berberi e dei diritti democratici di tutta la popolazione. Dopo corsi di formazione in nuove forme di pedagogia in Italia, Francia e Germania pratica l’impegnativo e importante mestiere di animatore e formatore in educazione alla pace, alla gestione non violenta dei conflitti e ad una visione interculturale dei rapporti umani. Veicola questi valori con la sua scrittura in numerose testate giornalistiche (Carta, Internazionale, Il Manifesto, Cem-Mondialità, Missioni della Consolata…) e in riviste elettroniche (Peacereporter, Babelmed, Agoravox, La bottega dei Barbieri…).

Collabora con vari Enti su progetti educativi ed ha pubblicato testi sul tema dell’esilio, una raccolta di lettere, rara testimonianza diretta di una sua missione di sette mesi a Baghdad, al tempo dell’occupazione Usa, nonché un manuale di ludo-pedagogia per maestri unitamente a video-documentari su villaggi cabili e su Baghdad occupata. Dal ’98 vive a Torino, dove lo abbiamo incontrato e intervistato.

In contemporanea con le elezioni in Francia, si sono svolte il 4 maggio scorso le elezioni in Algeria. I media italiani si sono limitati a registrare la bassissima affluenza alle urne della popolazione e i risultati. La flessione è stata ancora più massiccia di quella registrata nel 2012. Un articolo che hai scritto sull’argomento porta il titolo «Algeria: una lettura delle (non) elezioni amministrative». Cosa intendevi dire?

In Algeria sono anni che le elezioni politiche e presidenziali sono delle non-elezioni. Chi ha il potere distribuisce i posti parlamentari a proprio piacimento. E la poltrona presidenziale è sequestrata da ormai 18 anni. La maggioranza della popolazione non partecipa. E questo avviene da decenni con la benedizione della cosiddetta comunitá internazionale. Mentre il popolo ha sempre visto chiaramente i brogli, gli osservatori dell’Onu, dell’Ocse e della Comunità Europea non hanno mai avuto da ridire. Bisogna dire che il presidente attuale ha generosamente distribuito i pozzi di petrolio e di gas alle varie multinazionali e che tutti traggono profitto della sua permanenza al potere. Se la stampa internazionale l’ha segnalata questa volta è semplicemente perché l’astensione ha raggiunto livelli imbarazzanti. Che non si possono più nascondere. Livelli molto più bassi dei 35% dichiarati dal regime di Algeri.

L’Algeria è un grandissimo e importante Paese del Mediterraneo, e – per inciso – anche la più forte potenza militare africana, e l’Italia ha influenti rapporti commerciali con essa. Perché qui da noi circolano pochissime notizie?

Come già detto, il regime algerino fa fare buoni affari a tutti: compagnie petrolifere, industria bellica, multinazionali agricole, farmaceutiche, grandi aziende dell’edilizia e lavori pubblici… E di tutte le nazionalità. In Algeria ci sono Statunitensi, Britannici, Francesi, Tedeschi, Russi, Cinesi, Turchi, Paesi del Golfo…Ognuno ha il suo tornaconto, in un modo o nell’altro. E come nel mondo del crimine organizzato, anche in quello dei grandi affari “No news is good news”. Quando gli affari girano, meglio mettere tutto a tacere. Basta sapere ad esempio che nel 2001 c’è stata un’insurrezione generale nella regione della Cabilia – che sta a un’ora di macchina da Algeri – e nessuno ne ha parlato. Milioni di persone per le strade. Circa 150 morti tra i civili. Più di 3000 persone rimaste invalide a vita. Quasi due anni di scontri per le strade, caserme prese d’assalto da parte della popolazione disarmata, manifestazioni-fiume, occupazioni, autogestione… tutto passato sotto silenzio. 

Orano, mercato, 1979 (ph. Parodi)

Tu sei nato in Cabilia, la regione che ha dato di più, in termini organizzativi e di perdite di vite umane, alla rivoluzione per l’indipendenza e che – è giusto ricordarlo – lottò un decennio eroicamente contro l’invasione francese nell’800. Inoltre sappiamo che per tutto il tempo dell’occupazione non cessarono mai del tutto episodi di resistenza. Perché la popolazione e la cultura cabila sono state, diciamo, tradite dopo l’indipendenza dalle forze politiche che hanno ricostruito il Paese? E l’amazigh, la lingua berbera, osteggiata e addirittura proibita negli anni ‘80 e ufficialmente riconosciuta solo dopo dimostrazioni e rivolte pagate a caro prezzo dalla popolazione?

Il rifiuto della cultura Amazigh e la marginalizzazione della Cabilia e di altre aree amazighofone (berberofone) dell’Algeria e del Nord Africa sono dovuti a due fattori principalmente. Si parla spesso della Cabilia perché è la regione Amazigh più popolata, con circa 6 milioni di residenti, senza contare più di 4 milioni di cabili sparsi tra Algeri, altre città d’Algeria e la Francia. Esistono numerosi altri gruppi berberi in giro per il Nord Africa, dall’Oasi di Siwa, nel sud ovest dell’Egitto, fino al sud ovest del Marocco. Ma nessuna comunità è così importante numericamente. La marginalizzazione che colpisce queste regioni, quindi, è dovuta principalmente al fatto che negli anni ‘50, quando i Paesi nordafricani cominciarono ad accedere all’indipendenza, uno dopo l’altro, il vento girava verso il Nazionalismo Arabo. L’Egitto di Nasser attirava tutti i giovani vogliosi di libertà e di riscatto. Con l’indipendenza, il Panarabismo fu adottato in varianti diverse come ideologia ufficiale dei giovani Stati. E gli attivisti arabisti imposero la loro idea di scuola, di università, la loro versione della storia e della cultura ufficiale, e presero il controllo degli eserciti e delle amministrazioni. Tutto quello che non rientrava in una definizione esclusivamente araba (e musulmana: all’epoca la religione era in secondo piano) era escluso. La seconda ragione, che riguarda esclusivamente l’Algeria, è il fatto che la rivoluzione fosse stata fatta principalmente in due regioni amazighofone: la Cabilia e l’Aures. Dei grandi leader rivoluzionari il 90% era originario di queste due regioni. Così era anche con le truppe di partigiani. Ma al momento dell’indipendenza, nel 1962, gli ufficiali panarabisti che presero il potere arrivarono dall’estero, dai campi profughi in Marocco e Tunisia. Non avevano fatto la rivoluzione. E la loro unica legittimità erano gli appoggi internazionali (Paesi arabi e Paesi socialisti di allora). Il fatto che la Cabilia rimase fedele ai veri rivoluzionari, tentando anche una ribellione armata nel 1963, la mise definitivamente al bando della giovane nazione. 

Tu hai lavorato come educatore, all’inizio, in Cabilia. Poi ti sei trasferito in Italia dove, oltre a fare l’educatore, scrivi per varie testate e fai conoscere episodi della storia algerina anche recente. Di alcuni sei stato anche protagonista e testimone diretto. Vuoi raccontarci qualcosa?

I grandi movimenti di lotta in Cabilia tra gli anni ‘70 e gli anni 2000 sono stati dei veri movimenti di massa, nonviolenti, e altamente democratici. La loro connotazione principale è ispirata dalla cultura Amazigh, che predilige forme di organizzazione orizzontale senza leadership forte. Per migliaia di anni i villaggi della Cabilia sono state delle mini repubbliche autonome, che si mettevano insieme in federazione solo per affrontare nemici esterni. Così si organizzò il Movimento Culturale Berbero nato nel 1980, dopo la rivolta chiamata la primavera Amazigh (o berbera). Un movimento orizzontale, capillare, presente in ogni paese, città, quartiere, villaggio. Fatto di milioni di formiche attive nell’anonimato e un certo numero di animatori più in vista, nessuno dei quali era considerato o si considerava il leader. Oltre alla rivendicazione culturale e linguistica, gli attivisti del Mcb erano anche sindacalisti, attiviste femministe, animatori di sindacati studenteschi, fondatori delle prime associazioni per la difesa dei diritti umani…Io ero uno di loro: una formica tra tante altre formiche attive. Una delle realizzazioni più straordinarie del movimento fu lo “sciopero della cartella” del 1995-1996. Su appello del Movimento Culturale un milione di studenti rifiutarono di andare a scuola fino a che la lingua amazigh non venisse ammessa nelle scuole. Un’azione mai vista, enorme. Il movimento ottenne buona parte delle sue rivendicazioni. Ma morì subito dopo di stenti e di divisioni interne.

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La Carta Nazionale, la Costituzione, istituita nel 1976 dal Fronte Liberazione Nazionale, era frutto e simbolo della conquista dell’indipendenza dalla Francia, espressione di un particolare “socialismo” algerino e portatore di princìpi democratici ed egualitari. Affermava che lo sviluppo del Paese sarebbe stato a beneficio delle masse popolari. È stata rivista varie volte e riformata. Cosa si è perduto in questi 40 anni?

Come molte cose della vita, la Carta algerina del 1976 aveva lati luminosi e lati oscuri. Sanciva lo stato socialista e i diritti fondamentali acquisiti con l’indipendenza. Diritto a non aver fame, diritto ad avere un tetto sulla testa, diritto alla salute e all’educazione…Noi venivamo da un processo rivoluzionario abbastanza condiviso. E tutti gli algerini si sentivano proprietari della nazione liberata dalle catene dell’ordine coloniale. Ma nello stesso tempo ufficializzava la dittatura del partito unico, l’egemonia dei militari sulla società civile. In qualche modo tutti proprietari ma, se eri un dinosauro dell’apparato politico o militare, eri più proprietario degli altri. Nelle revisioni successive della Costituzione si è aperto il campo politico, sociale e culturale alla pluralità di visioni e opinioni. Ma in cambio ciò che era una volta di tutti è diventato di pochi. Come è successo in tutti i Paesi ex socialisti, i vecchi guardiani dell’ortodossia socialista sono diventati i baroni dell’economia di mercato. Hanno privatizzato tutto a loro vantaggio. Oggi in Algeria sulla carta abbiamo ancora tutti i diritti. Ma le strutture sono state svuotate del loro contenuto. La scuola per tutti c’è, ma forma milioni di analfabeti funzionali. L’Università è ancora gratuita ma forma dei laureati incapaci di tenere un ragionamento logico. Tutti hanno diritto alle cure ma gli ospedali pubblici sono dei grandi casermoni che curano poco e male. E tutto si deve fare nelle strutture private. Le risorse energetiche nazionalizzate nel ‘71 sono state consegnate di nuovo alle multinazionali. Le entrate di questo settore, che resta l’unica fonte di guadagno del Paese, sono usate dal regime per mantenersi in vita.

Un altro principio molto bello contenuto nella Costituzione del 1976 era la «promozione della donna e la sua partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale della Nazione». Il Codice della famiglia del 1984, fermamente contestato da poche ma decise donne femministe, ha poi introdotto una serie di norme che, nei fatti, non sembra siano affatto coerenti con gli intenti originari post-rivoluzionari. Il Codice è ancora in vigore nella sua rigida forma originaria o sono stati modificati i suoi aspetti più reazionari?

Quella del Codice della famiglia è la prima concessione fatta dal Fronte di Liberazione Nazionale all’islamismo politico, che faceva la sua apparizioni sulla scena verso la fine degli anni ‘70. A parte l’Egitto dove i Fratelli Musulmani erano presenti già dagli anni 50. Il FLN era composto da varie tendenze politiche. La componente maggioritaria, prima e durante la guerra di liberazione nazionale, era composta da patrioti algerini, laici e che si potevano collocare in una sorta di social-democrazia, che volevano portare gli algerini verso uno Stato che garantisse educazione, salute e benessere per tutti. C’erano varie altre tendenze dentro: i liberali laici del partito dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino, il Sindacato Nazionale dei Lavoratori Indigeni, l’Unione studentesca, il Partito Comunista Algerino, il movimento dei Riformisti musulmani, Nazionalisti arabi, militanti della causa berbera…

La prima Carta del Fronte di Liberazione, detta “Dichiarazione della Soumam” dal nome della valle della Soumam, in bassa Cabilia, dove fu organizzato il primo congresso di tutte le unità combattenti nel territorio nazionale, nel 1956, era un capolavoro di umanesimo laico. La Carta del 1976, se tradiva quella della Soumam nei suoi intenti universali e di pluralità politica, culturale e sociale e nella limitazione del potere dei militari, le rimaneva però fedele nello spirito di giustizia sociale e di laicità dello Stato.

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Negli anni ‘80, dopo la morte del presidente Boumedienne, per estro- mettere l’ala sinistra del Fln, la destra dei nazionalisti arabi si alleò con i nuovi movimenti islamisti. Che fiorirono sia dentro che fuori del Fln. E questo grazie anche a un forte sostegno delle potenze occidentali e ai finanziamenti delle petromonarchie del Golfo. L’islamismo politico è usato come cavallo di Troia per abbattere i regimi socialisti arabi. Uno dei segni forti di quella alleanza fu il Codice della famiglia, che introdusse in un Paese a costituzione laica una serie di leggi legate alla gestione dei rapporti familiari (matrimonio, rapporto coniugale, divorzio, tutela dei figli, eredità…) ispirata a una lettura medioevale del testo coranico e della tradizione musulmana. Dalla guerra civile in qua, i partiti al potere continuano a giocare a tira e molla con gli islamisti, li corteggiano per un po’ e li reprimono per un po’. Ma in fondo le concessioni del passato hanno dato alla loro ideologia ampi poteri sul mondo dell’educazione e sulla società. Ormai hanno modellato la mentalità del cittadino medio a loro immagine. E un ritorno a uno Stato autenticamente laico sarà lungo e difficile.

Nel 4° paragrafo la Costituzione affermava il rigetto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dava un alto valore alla spiritualità dell’uomo e risalto al «rispetto della libertà di pensiero e di coscienza». Questi due aspetti sussistono ancora in concreto?

La pluralità di credi politici è una realtà ancorata nella vita sociale in Algeria e la libertà di espressione è abbastanza garantita. La stampa scrive quasi di tutto e ha poche linee rosse che non può superare. La situazione è diversa per la libertà religiosa invece. Sulla carta esiste e lo Stato ne è il garante. Qualche anno fa, la stampa vicina agli islamisti aveva protestato contro l’apertura sempre più numerosa di sale di preghiera per evangelisti attraverso il territorio nazionale. Le chiese evangeliste di matrice nordamericana praticano in Algeria, come ovunque, i loro metodi di proselitismo con l’ausilio di incentivi economici e sociali, e le conversioni sono a migliaia. La tradizione musulmana accetta che ebrei e cristiani possano praticare la loro fede “in libertà”, ma non tollera proselitismo e apostasia. La legge algerina non prevede ostacoli al cambio di religione. Il ministro degli Affari religiosi è intervenuto tagliando corto quelle polemiche. “Il ministero degli Affari religiosi è il garante della libertà religiosa” – disse all’epoca – “E se dei cittadini algerini si organizzano in associazione religiosa e presentano una richiesta per l’apertura di un luogo di culto, secondo le norme vigenti, io non posso che dare il permesso”.

Ma nella realtà le limitazioni della libertà di coscienza sono tantissime, di ordine sociale prima di tutto. Lo Stato spesso fa poco per proteggere le minoranze religiose, i non credenti e gli atei…E la polizia e alcuni giudici molto spesso usano una legge pensata contro “chi offende la religione musulmana” per punire, invece, o per lo meno creare problemi a chi non rispetta certi dettami come il digiuno del Ramadan o tiene discorsi ritenuti non conformi alla fede maggioritaria.

Storici, qualificati giornalisti e studiosi del terrorismo jihadista sono convinti che questo fenomeno che da circa due decenni coinvolge pesantemente anche i Paesi occidentali sia principalmente una guerra intestina, interna al mondo islamico. Sciiti e Sunniti, cioè, si contenderebbero la supremazia sulla variegata galassia di Stati di religione islamica. Sei d’accordo con questa tesi generale?

Non esiste una guerra interna al mondo dell’Islam per una egemonia culturale dei sunniti contro i sciiti, per la semplice ragione che quello sciita e quello sunnita sono due modi distinti di vedere e vivere la religione e il suo rapporto con la vita sociale e politica. E non basterebbe una vittoria militare per portare le persone a passare da un mondo all’altro. In realtà nessuno dei due blocchi è un monolite omogeneo. Sunna e Shia sono già due galassie che contengono tantissime tradizioni, interpretazioni e scuole di pensiero. Sarebbe come considerare la guerra d’Irlanda una guerra per l’egemonia culturale tra cattolicesimo o protestantesimo. Anche se il fattore religioso aveva un ruolo importante per definire le posizioni delle popolazioni, sappiamo invece tutti che la vera posta in gioco non è mai stata la religione.

È vero invece che c’è una guerra d’influenza tra l’Iran e le monarchie del Golfo. E questa guerra si fa tramite la diffusione di idee estremiste, il finanziamento e l’armamento di movimenti estremisti sunniti, da parte delle monarchie della penisola araba, da una parte. Dall’altra parte, l’Iran fomenta le ribellioni e fornisce finanziamenti e armi alle minoranze sciite presenti nei Paesi a maggioranza sunnita. Però l’obiettivo non è l’egemonia religiosa, ma quella politica e soprattutto economica. Tuttavia questa guerra d’influenza tra Iran e penisola arabica non basta a spiegare tutto. La questione è molto complessa, affonda le sue radici nella fine dell’impero ottomano e inizio della colonizzazione europea, nella scoperta dei più grandi giacimenti di petrolio e gas del mondo, nella seconda guerra mondiale, nei processi di decolonizzazione, nella questione israelo-palestinese, nella guerra fredda, etc…Ma questo forse è il caso di lasciarlo per un’altra discussione.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

 

E tutti i cani di Bagheria si chiamarono Jack: entusiasmi per la “liberazione” che non cancellarono gli orrori della seconda guerra mondiale in Sicilia

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Sbarco delle truppe Usa in Sicilia ad Augusta (o Gela) nel 1943.Foto archivio dell’autrice

 

Ospite dell’Istituto Gramsci Siciliano lo scorso 4 maggio è stato il periodico on line dell’Università di Palermo «InTrasformazione, rivista di storia delle idee» che, con il più recente numero (vol.6,n.1,2017), regala un piccolo gioiello a cultori e appassionati di storia siciliana. Si tratta de La guerra in Sicilia (1940-1943), un e book scaricabile gratuitamente, che  racchiude i molti articoli scritti dal giornalista e scrittore Mario Genco e pubblicati nel tempo dai principali quotidiani di Palermo.

Andando ben oltre la mistica della “liberazione americana” il testo apre con una narrazione dell’orrore riversato sulla popolazione siciliana e su tutta l’isola, vittima di bombardamenti incessanti e spropositati da parte degli Alleati. Inclusi quelli sulla piccola isola di Favignana dove non vi erano obiettivi militari e però vennero uccisi 77 civili, tra cui molti bambini.

Il ritmo serrato del racconto e l’asprezza del lessico catapultano il lettore dentro una serie di fotogrammi ove il fragore delle bombe si percepisce ancora più dell’immagine. La contabilità di morti, mutilati e feriti è impressionante, i danni alle città, ai monumenti e alle coltivazioni incalcolabili.

Citati numerosi e assurdi episodi − come la resa di Lampedusa ad un unico sergente pilota della Raf, spacciata per “conquista” – che offrono spazio all’autore per ridicolizzare l’altisonante retorica bellica. Si parla dello sbarco, del generale Patton a Palermo, del saccheggio di 6.000 bottiglie di vino e liquori pregiati nella cantina di Palazzo Orleans, della distruzione di Palazzo Lampedusa e di tanto altro.

 

Sicilia, estate 1943, generale Patton, comandante V Armata
Sicilia 1943: generale George Smith Patton, comandante VII Armata. Foto archivio dell’autrice

 

 

«Ho pensato di affidare il contenuto di questo libro agli ectoplasmi» − ironizza Genco, riferendosi al formato digitale del testo – ma il suo intrinseco valore storico, sostanziato da una vastissima bibliografia, avrebbe preteso ben di più. Poco male, dal momento che la tecnologia ci consente di stamparlo a casa e il nostro intuito di dargli un bel posto in libreria.

Nel suo interessante intervento sul tema, in particolare a proposito dell’adesione dei Siciliani al regime fascista, il professore Giuseppe Campione, − eclettico protagonista della cultura e della politica in Sicilia − ha spiegato che vi fu un consenso solo da parte di alcune categorie sociali che ne beneficiarono. L’irrompere della guerra e la conseguente drammaticità delle condizioni di vita fecero sì che il consenso si esaurì, in realtà perché non c’era mai stato.

Per il giornalista Franco Nicastro il dissenso al Fascismo si cominciò a manifestare all’inizio del ’42, quando «i Siciliani cominciarono a vedere i costi della guerra, i devastanti bombardamenti, la fame». La ratio degli attacchi aerei fu una vendetta per le atrocità commesse dai fascisti in guerra e intendeva minare l’umore della popolazione e far capire l’inutilità della resistenza. Atroce il massacro compiuto ad Acate, l’antica Biscari, da parte dell’esercito degli Stati Uniti, crimine di guerra in cui vennero uccisi 76 prigionieri, preceduto da una strage di civili inermi.

Alfio Mastropaolo, docente di Scienza Politica, ha ricordato che se l’entusiasmo generale per la “liberazione” fece quasi dimenticare la potenza dei bombardamenti inglesi e statunitensi, la disorganizzazione di una guerra fatta da “pasticcioni” e l’assenza dello Stato giustificò il sorgere in Sicilia del movimento separatista.

Siti di propaganda per combattenti e contromisure

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bandiera della “Rivolta Araba” (1916-1918)

Anni fa due piccolissimi bambini di un Paese islamico furono intervistati in una trasmissione televisiva per dire qualcosa sulla loro  madre, una giovane jihadista che si era fatta esplodere in un attentato, e la scena fu riproposta anche da una emittente italiana. La bambina, di circa sette anni, seduta compostamente, rispose “La mamma ha fatto martirio”, mentre le parole del fratellino, troppo piccolo per comprendere anche il contesto, furono soltanto “Io vado all’asilo”.  Volendo il giornalista mostrare l’assurdità di quella tragedia, nei fatti puntò le telecamere sulla mancata elaborazione di un dolore troppo grande per essere espresso.

Può essere grande l’attrattiva esercitata sui giovani da siti che sollecitano l’adesione ad un progetto di rivoluzione centrato sul jihad, che, forte anche delle sue promesse, si presenta già nella sua essenza come qualcosa di eroico e salvifico. Nel breve saggio Pensare il radicalismo islamico (in “Prometeo”, n.128, Mondadori, 2014) Claudio Vercelli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ha spiegato bene la natura prettamente politica del fondamentalismo, consistente in un moderno movimento di mobilitazione “…verso un obiettivo finale che non è stato ancora raggiunto”.  “Il nocciolo del fondamentalismo” – scrive Vercelli – ” non sta in ciò che promette, ma nella capacità di indurre gli affiliati a cercare di tener fede a tale promessa, convincendoli della necessità di ripetersi negli sforzi…”. Un soggetto politico di nuova concezione che si può nascondere ovunque  e in nessun luogo e che reinventa le modalità dello scontro.

Uno dei compiti più difficili degli Agenti scelti che lavorano costantemente sul Web a livello mondiale è smascherare la vera identità di uomini e donne che si nascondono nei vari social dietro profili ed account fasulli, corredati di foto altrettanto false.  Oltre che un compito è una sfida, sia perchè la reale identità di questi individui si disperde e viene occultata  dal groviglio consentito dalla rete, sia per il fatto che tanti vengono individuati ed eliminati ma altrettanti  riappaiono sotto altra veste. Considerazione che vale naturalmente anche per la quantità di truffatori che talvolta riescono ad  acchiappare persone sprovvedute o che non conoscono bene i mezzi che usano. Sono state anche trovate e disattivate quantità di  app , lanciate dall’Is (e da Talebani) per scambiare con i telefoni cellulari messaggi criptati. Alcune poi sono appositamente dedicate ai bambini, il cui indottrinamento è considerato essenziale da questi criminali.

Da un articolo sul Corriere della Sera del 2 agosto scorso, scritto da Andrea Galli, abbiamo avuto particolari su una vicenda di corrispondenza, in Italia,  fra aspiranti terroristi, veicolata da Internet, ma  fortunatamente bloccata  in tempo dalle indagini dei Carabinieri e del Ros di Milano. Un magazziniere pakistano residente dal 2003 a Vaprio d’Adda (Farook Aftab) scambiava in chat informazioni, foto e propaganda (jihadista ovviamente) con un albanese (tale Idbrahim Bledar) abitante in un paese vicino. Pare che i due, scoperti ed espulsi dall’Italia, non si siano mai incontrati nella realtà e però comunicavamo molto bene; Bledar anche con Maria Giulia Serio, la ventottenne italiana che, abbracciata la fede islamica, si è trasferita in Siria assieme al marito albanese nel 2014, per unirsi ai terroristi dell’Is.

E’ alla Siria ed alla Libia che bisogna guardare – secondo il giornalista Galli – per andare alla ricerca di altri possibili attentatori mentre c’è chi si spinge oltre, intravedendo nella Somalia più profonda (dove agiscono i jihadisti di Al Shabaab) segnali e movimenti utili per comprendere ciò che il futuro potrebbe riservare al mondo nell’ambito di questa imprevedibile guerra dichiarata nei fatti dal terrorismo fondamentalista. Questa ipotesi è stata avanzata dal reporter di guerra Domenico Quirico  – in un servizio pubblicato da “La Stampa” il  15 agosto scorso – profondo conoscitore dell’argomento, il quale, inviato in Siria nel 2013, fu fatto prigioniero dall’Is e vi rimase per sette mesi. Potè poi fortunatamente ritornare in Italia.  “I margini delle cose spiegano meglio quanto accade…è li che bisogna cercare…Chi cerca al centro si perde nella illusione di capire…Qui (Quirico parla della Somalia), in questa periferia del mondo, margine apparente del Califfato, maturano le sue implacabili metamorfosi, si preparano le micidiali sorprese che ci riserverà domani.”

Le motivazioni che possono spingere un essere umano, per lo più sono giovani,  a muoversi verso una direzione totalitaria che lascia alle sue spalle ogni residuo di ragione è diventato purtroppo un argomento di rilievo in quasi tutto il mondo. Si indagano le ragioni storiche e sociali del fondamentalismo e non mancano gli studi di psicologia sociale nel tentativo di delineare i “profili” degli attentatori terroristi che si dichiarano di fede islamica.

Qualche informazione su quello che è considerato il primo terrorista europeo, Khaled Kelkal, francese di origine algerina, ucciso dalla Polizia nel  2005 nei pressi di Lione è contenuto nell’articolo con il link riportato sotto

http://www.carteggiletterari.it/2016/10/26/1995-viene-ucciso-in-francia-il-primo-terrorista-jihadista-cosa-e-cambiato-da-allora/ ,  pubblicato dalla rivista “Carteggi letterari critica e dintorni”

Chuck Norris vs Kommunism. Videocassette (Usa) per la libertà

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Romania, anni ’80. La riunione emozionante di una famiglia qualunque davanti ad uno schermo casalingo per assistere alla proiezione di una videocassetta sgangherata viene bruscamente interrotta. Bussano alla porta numerosi e minacciosi agenti  della polizia politica, i bambini vengono chiusi in una stanza per non assistere. Dopo quasi due ore è finito l’interrogatorio, per fortuna senza arresti o violenze e le cassette VHS però, proiettore compreso, vengono sequestrati. Cosa ci può essere di tanto pericoloso in quel materiale? Semplicemente la libertà. E in un Paese con una dittatura infame e affamante come quella di Nicolae Ceausescu (e famiglia) qualunque film che venga  dall’Occidente è proibito. Non importa che si vedano le scazzottate di Van Damme o gli spari di Chuck Norris o Sylvester Stallone che fa jogging. Tutto per i Rumeni ha il sapore della libertà,  mette davanti ai loro occhi paesaggi, situazioni, ambienti, auto e vestiti di lusso che non hanno mai visto, che li diverte e li fa sognare.

E la prima a sognare è Irina Margareta Nestor, traduttrice e doppiatrice che viene ingaggiata da Teodor Zamfir, personaggio piuttosto ambiguo, ma audace e con molte conoscenze, il quale compie due operazioni insieme: si arricchisce e fa un dono alla popolazione. Organizzatore, nella sua abitazione,  di un piccolo studio dove arrivano clandestinamente dall’Urss e dai Paesi confinanti centinaia di videocassette che vengono rapidamente tradotte e partono per ogni località, anche remota del Paese, nascoste sotto i bagagliai e in tutti i modi possibili. Non importa se i nastri sono così rovinati che “a volte le scene dovevamo immaginarle…”racconta ridendo uno dei testimoni intervistato nel film. E, forse per l’ironia presente, il racconto diventa leggero e suggerisce che anche nei momenti peggiori ci si può riunire ad altre anime e insieme andare avanti con un po’ di allegria, sperando.

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Irina Margareta Nestor oggi, durante le riprese del film

 

La voce di Irina – che nel doppiaggio presta la sua voce  a tutti, uomini, donne, bambini, diventa un simbolo, come al tempo Radio Londra per l’Europa antinazista. E lei racconta che, nonostante la paura, continuava a fare quel lavoro perché era anche per lei l’unico modo, in una realtà opprimente e poliziesca, di dissentire e respirare.

Nel bellissimo docufilm di Ilinca Calugareanu, Chuck Norris vs Communism (2015),  proiettato giorni fa in un cineclub di Milano, e spero presto a Palermo, sono presenti una folla di persone che vissero di queste emozioni. Una di loro dice “i semi gettati dalle videocassette infine esplosero in una rivoluzione”. Il film, presentato in vari Festival, ha ricevuto meritati premi.