Storia ed evoluzioni dell’implosione libica

Articolo pubblicato nel n. 28 del periodico “Dialoghi Mediterranei” dell’Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo

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Mellitah (Libia) terminale di compressione

Non c’è forse altro Paese crocevia della Storia quale è oggi la Libia, terra senza Stato e senza Governo, attraversata da una massa imponente di popolazioni che vi si riversano dopo sofferte e drammatiche fughe per tentare di raggiungere l’Europa e minacciata dalla presenza di numerosi gruppi jihadisti, primo fra tutti l’Isis. Per questi motivi si trova centro dell’attenzione di molteplici osservatori ma rimane un Paese poco conosciuto nelle sue dinamiche interne e poco compreso nelle sue più complesse articolazioni. Da qui l’importanza di guide e strumenti che ci aiutino a conoscere questa realtà geografica che guarda con noi e come noi al Mediterraneo.

Michela Mercuri − docente universitaria di Storia contemporanea, analista ed esperta di politica estera, in particolare dei Paesi del Medio Oriente dopo le rivolte arabe − in questo denso saggio, Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso (FrancoAngeli 2017) ripercorre un secolo di storia della Libia alla ricerca delle cause che hanno determinato l’attuale stato di bellicosa anarchia del Paese, di cui non sembra intravedersi la fine, e che preoccupa tutta l’Europa per la mancanza di un unico interlocutore politico chiaro e stabile. La storia degli avvenimenti e delle dinamiche socio-politiche libiche, dall’inizio dello scorso secolo sino a questi ultimi mesi − con un breve excursus sulla precedente dominazione turca − non è fine a se stessa, ma la base necessaria per una compiuta analisi di ambito geopolitico che consente all’autrice non solo di spiegare nascita e atomizzazione di uno dei principali attori dell’attualità libica: le più che numerose milizie armate [1], con tutte le loro estensioni, in altri termini i loro sponsor locali e internazionali, ma anche di indagare intorno alle strutture e alla composizione delle tribù che costituiscono la base fondante dell’organizzazione sociale nonché di esaminare i rapporti di forza tra i rappresentanti politici dei territori libici e di formulare infine qualche ipotesi sul futuro realisticamente più probabile per questo Paese.

Per ovvie ragioni ampio spazio viene dato all’intreccio dei rapporti economici e politici che, nel bene e nel male, legano in modo privilegiato all’Italia, ed all’Eni, questa terra che si fa fatica a definire nazione, e che attualmente ha “due governi e mezzo”

Divisioni

La chiave di lettura utilizzata dall’autrice si incentra su «le fratture regionali e tribali che sono emerse, con rinnovato vigore, dopo la morte del rais, tanto da divenire uno dei temi centrali del dibattito sui possibili assetti futuri del paese». Il primo e più evidente contrasto, che da sempre è saltato agli occhi di visitatori e studiosi è quello tra le due principali regioni, Tripolitania e Cirenaica −conquistate a due anni di distanza dall’Impero ottomano – perché

«Le due “province” erano profondamente diverse. Tripoli, nell’ovest del Paese, era una terra di mercanti, il porto mediterraneo più vicino al deserto, rivolta verso il Maghreb (il tramonto) e guardava verso Tunisi, soprattutto per gli scambi commerciali. Bengasi, a est, si affacciava sul Mashrek (l’alba) e guardava verso l’oriente».

Altri fattori di differenziazione opportunamente sottolineati sono il prevalere, nella popolazione, dell’elemento arabo in Cirenaica e di quello berbero in Tripolitania, il radicamento storico della confraternita della Senussia in Cirenaica ed il suo ruolo come elemento unificante per la popolazione sia nell’ambito religioso che politico-sociale. Un retaggio che ancora oggi permane ma che riguarda, appunto, soltanto la Cirenaica. E ancora il fatto che gli Ottomani instaurarono rapporti amministrativi e di sudditanza verso l’Impero differenti nei due vilàyet (province). Di fronte all’invasione italiana le due regioni organizzarono la resistenza in modo diverso secondo la composizione dei centri di potere.

«Nella Tripolitania, priva di un riferimento politico unico, i volontari costituivano delle unità combattenti sotto la guida dei capi tribù e degli ufficiali turchi. In Cirenaica, invece, il panorama era diverso: qui c’era un unico centro propulsivo connotato dal potere politico e religioso della senussia».

Quando nel 1933 fu completata dall’Italia l’unione delle due province più il Fezzan (con Italo Balbo governatore generale)

«l’unità proclamata sulla carta non bastò a creare quella della Nazione e delle sue genti, e non bastò neppure l’ambiziosa costruzione della via Balbia, la litoranea che univa la Tripolitania alla Cirenaica. I due territori erano stati uniti amministrativamente e poi anche fisicamente, ma questo non fu sufficiente per cementare un’identità nazionale unitaria mai esistita».

Del resto, con l’ affermazione «La Libia non è mai stata una Nazione» si apre la prefazione al libro firmata da Sergio Romano.

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Libia storica

La tribù come elemento socialmente fondante

 

Michela Mercuri considera il sistema organizzativo e socioculturale delle tribù uno dei cardini interpretativi più convincenti della contemporaneità libica. Mentre il carisma della confraternita, dato anche dalla offerta di welfare dei vari monasteri, aveva limitato la frammentazione tribale nell’entroterra, «il potere delle tribù si consolidò ulteriormente dopo la conquista italiana». E più avanti «Le tribù, parzialmente “sedate” durante il quarantennio gheddafiano, sono state sovente aghi della bilancia degli equilibri interni» .

Risulta ancora oggi utile uno studio compiuto più di settanta anni fa dallo storico britannico Edward E. Evans-Pritchard, militare di stanza in Cirenaica durante la seconda guerra mondiale, che aveva vissuto per un certo tempo con gli indigeni semi-nomadi (Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale, Ed. del Prisma, 1949). Se lo scopo principale del testo era descrivere l’importante legame dei beduini della Cirenaica con la Senussia, il contatto diretto dello studioso con la gente delle tribù, accompagnato da un grande rispetto, gli consentì di comprendere le dinamiche interne dei clan, e il loro rapporto con le città. Le tribù – notava Evans-Pritchard − a loro volta segmentate in suddivisioni di vari livelli, erano più forti delle città e non avevano a che fare con le amministrazioni, con le leggi e i tribunali cittadini. Erano alquanto incontrollabili, furono compattate soltanto in Cirenaica dall’obbedienza alla Senussia contro l’invasione italiana. Quando l’Italia fascista distrusse le strutture di base della confraternita, i monasteri, e tutta la loro organizzazione politica, venne a mancare l’unico elemento unificante. Essendo inoltre il principio della struttura tribale la contrapposizione tra le sue sezioni o segmenti, non c’era spazio per un governo o uno Stato [2].

L’era del rais

Michela Mercuri riesce a condensare sapientemente in poche pagine le vicende della Libia sotto il lunghissimo dominio di Gheddafi a partire dalle intese e scontri che i politici italiani ebbero con il dittatore. Prima di lui «la Costituzione promulgata il 7 ottobre del 1951, stabilì la nascita del Regno unito di Libia, con una Monarchia ereditaria e un sistema federale rappresentativo» ma

«nella “nuova” Libia unitaria, fatta eccezione per sparuti gruppi nazionalistici, i cittadini libici si identificavano per lo più con la famiglia, la tribù, la regione e, in senso ancor più generale, si consideravano parte della comunità islamica dei credenti ma non della nazione libica».

Dopo avere inquadrato storicamente la presa del potere del colonnello nel 1969, in parallelo con le vicende politiche del vicino Medio Oriente, l’autrice si propone di «capire le trasformazioni che egli ha impresso al Paese e che hanno contribuito a renderlo una delle sfide più complesse per la stabilità dello scacchiere mediterraneo» e delinea «l’impalcatura che il rais volle dare alla Libia, soprattutto da un punto di vista interno, per spiegare come questo assetto ne abbia forgiato il presente con tutti i suoi problemi di instabilità».

Al di là degli aneddoti sugli aspetti caratteriali e dell’ambizioso progetto del colonnello di “una terza via universale” per sanare il suo Paese, e senza disconoscere l’importante ruolo politico-strategico raggiunto con lui dalla Libia a livello internazionale, ciò che viene rimarcato è «un inasprimento della dittatura che presto si stava trasformando in tirannia personale di Gheddafi sulla Libia e sui libici» e il fatto che «trasformò in ideologia ufficiale dello Stato la rappresentazione non statale del potere propria della cultura delle tribù». Altri pesanti provvedimenti come lo scioglimento dell’esercito, sostituito da corpi militari e para-militari e servizi segreti alle sue dirette dipendenze saranno carichi di conseguenze.

Toccante è il racconto dell’allontanamento obbligato dal Paese delle famiglie di coloni italiani per ordine del rais nel 1971, con l’apporto di interviste rilasciate all’autrice da alcuni testimoni. Un torto che va inquadrato nell’ottica gheddafiana come una parte delle azioni “compensative” dell’Italia verso la ex colonia. Un’altra parte è l’immensa quantità di danaro richiesta più volte dal dittatore ai nostri vari governi. A questo punto va però ricordato che l’Italia fascista, per la conquista, aveva usato i più crudeli e cruenti mezzi infierendo anche sulla popolazione civile con deportazioni di massa, campi di concentramento e lavori forzati e costruendo un reticolato di 270 km per isolare definitivamente la resistenza beduina capitanata da Omar al- Mukhtàr [3].

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Michela Mercuri

 

Petrolio, migrazione, terrorismo

Da qui in avanti il saggio miscela in modo comprensibile anche a chi non abbia grandi conoscenze del tema, avvenimenti di storia e di cronaca recente con elementi di geopolitica, facendo entrare nella scena man mano quegli attori dell’area mediorientale e internazionale, quei Paesi che, nella partita a scacchi con la Jamahiriya (appellativo che diede Gheddafi alla forma politica della Libia), possono trarre dei vantaggi economici o territoriali. Ora se l’oggetto del contendere sono senza dubbio le enormi riserve di petrolio e gas, negli anni recenti un massiccio e inarrestabile fenomeno, la migrazione, ha come cardine la Libia, passaggio quasi obbligato per l’Europa. Questa immane tragedia umanitaria è divenuta qui il nuovo business per bande di trafficanti e assassini, che, in rapporti ambigui e spesso con la complicità delle forze dell’ordine ufficiali, gestiscono la tratta degli esseri umani e i vari centri segreti di smistamento e detenzione dei migranti. [4].

Se alla presenza di gruppi di terroristi islamici fortemente radicati, di campi di addestramento e traffici di armi si aggiunge che «il Consiglio presidenziale di Fayez al-Sarraj, che si è insediato a Tripoli da più di un anno e mezzo, non controlla neanche la capitale ed è sotto il giogo delle molte fazioni locali», minacciato in primo luogo dalle aspirazioni del generale Haftar che esercita il potere militare in Cirenaica, e che «nessuno dei due “governi libici” ha il benché minimo controllo dei gruppi che popolano il sud del Paese», si ha una miscela esplosiva che fa della Libia un Paese pericoloso e pieno di incognite. A proposito del traffico di armi un articolo pubblicato nel 2016 su «Limes» (B. E. Selwan El Khoury, 3/2016,101) cita un report del sito arabo Middle East Online secondo cui «…in Libia vi sarebbero circa mille trafficanti di armi e oltre venti reti di contrabbando attive tra Libia e Tunisia […] e sarebbero presenti tra i 22 e i 28 milioni di armi, vale a dire 20 milioni più di quelle lasciate dal regime di Gheddafi».

Michela Mercuri infine aggiunge che «la stabilizzazione della Libia è fondamentale anche per la solidità dei vicini regionali […], la persistenza di elementi jihadisti […] può continuare a mettere a rischio la stabilità della Libia e dei Paesi confinanti, in primo luogo l’Egitto». Nella parte finale l’autrice avanza l’ipotesi che ritiene più probabile per il futuro della Libia. Sebbene la stesura del libro sia terminata qualche mese fa, la Jamahiriya, in base ai riscontri con la cronaca, sembra andare proprio nella direzione indicata dalla studiosa.

Dotato di equilibrio tra le parti storico-descrittive e le ipotesi interpretative e forte di una bibliografia molto vasta, Incognita Libia è un libro da leggere e consultare, se si vogliono seguire le dinamiche di un Paese che ci riguarda tanto da vicino e con cui siamo obbligati ad intrattenere rapporti “amichevoli”, oggi più mai.

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Tripoli’s Arts and Heritage Festival (ph. The Libya Observer)

 

Il comunitarismo delle società arabe per Khaled Fouad Allam

Il punto di vista usato dalla Mercuri per comprendere le dinamiche del Paese, cioè il concetto di frammentazione regionale e tribale, ci sembra in sintonia con il pensiero di Khaled Fouad Allam, sociologo e politico di origine algerina, docente universitario di Islamistica e Sociologia del mondo islamico, recentemente scomparso. Il caso della Libia – a parte le sue peculiari caratteristiche evidenziate dalla Mercuri − si può inserire nel quadro interpretativo che lo studioso costruisce in linea generale per le società del Medio Oriente, ossia la mancanza di un discorso unitario forte. In primo luogo il sociologo fa notare come in questa zona del mondo le varie etnie e confessioni siano segmentate e si trovino inserite all’interno di una geografia delle fratture, ossia in territori delimitati da linee di frattura geograficamente date. Un chiaro esempio di ciò lo abbiamo in Libia dove il deserto, che si spinge sino al Golfo Sirtico, separa anche fisicamente Tripolitania e Cirenaica.

Le nazioni arabe nate dal collasso dell’Impero turco − afferma Allam − oltre la perdita delle antiche frontiere hanno subìto un trauma nel passaggio da impero a nazioni “moderne” «non solo perché la società, nel suo complesso, non era preparata» ma perché è mancato «uno schema culturale in grado di aiutare la costruzione dell’idea di cittadino, di individuo, libero e uguale, a prescindere dalle appartenenze identitarie su basi etniche e religiose» (Allam, 2014: 103). In quelle che erano chiamate “province arabe dell’Impero ottomano” l’impianto istituzionale era «il millet che significa “quartiere” ma che definiva il modo di gestione del rapporto fra diversità culturale e istituzione musulmana» (ibid.: 96). Le varie comunità, cioè, mantenevano la loro autonomia in alcuni ma importanti settori. Le società mediorientali – dice il sociologo − sono essenzialmente di tipo comunitarista per cui il gruppo prevale sull’individuo e l’idea di nazione è partita dall’idea di gruppi in lotta fra loro (Allam, 2014: 94-96).

Note

[1] In una fonte citata dell’autrice, soltanto a Misurata si stima la presenza di circa 200 milizie, con 36.000-40.000 unità, attive nel contrasto all’Isis. Nel Paese le milizie sono responsabili di vari crimini, soprattutto verso gli ex supporter di Gheddafi.

[2] Opera citata nel testo, cap. II, I beduini della Cirenaica. Cfr. anche l’articolo dedicato a questo interessante saggio su https://formertime.wordpress.com/2016/01/04/gita-in-libia-2/.

[3] Un autore imprescindibile per una conoscenza del colonialismo italiano è Angelo Del Boca. In particolare per la Libia cfr. capp. V e VIII di Italiani, brava gente? Giornalista e storico, ha scritto numerosi e considerevoli testi sulle guerre coloniali dell’Italia denunciando, per primo tra gli studiosi italiani, gli eccidi e le devastazioni ordinati dai generali e compiuti dagli eserciti durante il fascismo.

[4] Per un’idea di questa realtà cfr. Esodo. Storia del nuovo millennio, dove il giornalista e reporter di guerra Domenico Quirico racconta ciò che ha visto direttamente e vissuto assieme ai migranti e l’articolo I rischi per i migranti bloccati in Libia, su «Le Monde», citati in bibliografia.

Riferimenti bibliografici

Khaled Fouad Allam, Il jihadista della porta accanto. L’Isis a casa nostra, ed. Piemme, Milano 2014

Frédéric Bobin, I rischi per i migranti bloccati in Libia, in «Le Monde», pubblicato in «Internazionale», n.1220, anno 24, sett. 2017

Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza editore ,Vicenza 2005, quinta ed. 2016

Edward E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, Oxford University Press 1949 (trad. it. Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, Edizioni del Prisma, Catania 1979)

Domenico Quirico, Esodo. Storia del nuovo millennio, Neri Pozza editore, Vicenza 2016

B.E. Selwan El Khoury , Come lo stato islamico è penetrato in Libia, in «Limes», n.3/2016: 101

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L’Algeria, l’Islam e la cultura amazigh. Intervista a Karim Metref

 

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Questa intervista è stata cortesemente pubblicata nel n. 26 del periodico  <<Dialoghi Mediterranei>> dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo

Perché intervistare Karim Metref?  Ho insegnato un anno in Algeria, ad Orano, tanti anni fa, in una scuola per bambini  italiani e non ho più avuto l’occasione di dialogare con qualcuno che lì fosse nato e vissuto e che avesse una visione del mondo vicina alla mia. Gli ho rivolto domande su temi a me cari e che giudico rilevanti al fine di una reale conoscenza di aspetti sociali e geopolitici lontani, e che però ci riguardano da vicino. Facciamo parte di un universo, il nostro orizzonte non può essere quello della strada di fronte.

Karim, nato nel ’67 in un piccolo paese della Cabilia, fin da giovane, è stato impegnato  in Algeria nell’attivismo per la difesa dei diritti culturali dei Berberi e dei diritti democratici di tutta la popolazione. Dopo corsi di formazione in nuove forme di pedagogia in Italia, Francia e Germania pratica l’impegnativo e importante mestiere di animatore e formatore in educazione alla pace, alla gestione non violenta dei conflitti e ad una visione interculturale dei rapporti umani. Veicola questi valori con la sua scrittura in numerose testate giornalistiche (Carta, Internazionale, Il Manifesto, Cem-Mondialità, Missioni della Consolata…) e in riviste elettroniche (Peacereporter, Babelmed, Agoravox, La bottega dei Barbieri…).

Collabora con vari Enti su progetti educativi ed ha pubblicato testi sul tema dell’esilio, una raccolta di lettere, rara testimonianza diretta di una sua missione di sette mesi a Baghdad, al tempo dell’occupazione Usa, nonché un manuale di ludo-pedagogia per maestri unitamente a video-documentari su villaggi cabili e su Baghdad occupata. Dal ’98 vive a Torino, dove lo abbiamo incontrato e intervistato.

In contemporanea con le elezioni in Francia, si sono svolte il 4 maggio scorso le elezioni in Algeria. I media italiani si sono limitati a registrare la bassissima affluenza alle urne della popolazione e i risultati. La flessione è stata ancora più massiccia di quella registrata nel 2012. Un articolo che hai scritto sull’argomento porta il titolo «Algeria: una lettura delle (non) elezioni amministrative». Cosa intendevi dire?

In Algeria sono anni che le elezioni politiche e presidenziali sono delle non-elezioni. Chi ha il potere distribuisce i posti parlamentari a proprio piacimento. E la poltrona presidenziale è sequestrata da ormai 18 anni. La maggioranza della popolazione non partecipa. E questo avviene da decenni con la benedizione della cosiddetta comunitá internazionale. Mentre il popolo ha sempre visto chiaramente i brogli, gli osservatori dell’Onu, dell’Ocse e della Comunità Europea non hanno mai avuto da ridire. Bisogna dire che il presidente attuale ha generosamente distribuito i pozzi di petrolio e di gas alle varie multinazionali e che tutti traggono profitto della sua permanenza al potere. Se la stampa internazionale l’ha segnalata questa volta è semplicemente perché l’astensione ha raggiunto livelli imbarazzanti. Che non si possono più nascondere. Livelli molto più bassi dei 35% dichiarati dal regime di Algeri.

L’Algeria è un grandissimo e importante Paese del Mediterraneo, e – per inciso – anche la più forte potenza militare africana, e l’Italia ha influenti rapporti commerciali con essa. Perché qui da noi circolano pochissime notizie?

Come già detto, il regime algerino fa fare buoni affari a tutti: compagnie petrolifere, industria bellica, multinazionali agricole, farmaceutiche, grandi aziende dell’edilizia e lavori pubblici… E di tutte le nazionalità. In Algeria ci sono Statunitensi, Britannici, Francesi, Tedeschi, Russi, Cinesi, Turchi, Paesi del Golfo…Ognuno ha il suo tornaconto, in un modo o nell’altro. E come nel mondo del crimine organizzato, anche in quello dei grandi affari “No news is good news”. Quando gli affari girano, meglio mettere tutto a tacere. Basta sapere ad esempio che nel 2001 c’è stata un’insurrezione generale nella regione della Cabilia – che sta a un’ora di macchina da Algeri – e nessuno ne ha parlato. Milioni di persone per le strade. Circa 150 morti tra i civili. Più di 3000 persone rimaste invalide a vita. Quasi due anni di scontri per le strade, caserme prese d’assalto da parte della popolazione disarmata, manifestazioni-fiume, occupazioni, autogestione… tutto passato sotto silenzio. 

Orano, mercato, 1979 (ph. Parodi)

Tu sei nato in Cabilia, la regione che ha dato di più, in termini organizzativi e di perdite di vite umane, alla rivoluzione per l’indipendenza e che – è giusto ricordarlo – lottò un decennio eroicamente contro l’invasione francese nell’800. Inoltre sappiamo che per tutto il tempo dell’occupazione non cessarono mai del tutto episodi di resistenza. Perché la popolazione e la cultura cabila sono state, diciamo, tradite dopo l’indipendenza dalle forze politiche che hanno ricostruito il Paese? E l’amazigh, la lingua berbera, osteggiata e addirittura proibita negli anni ‘80 e ufficialmente riconosciuta solo dopo dimostrazioni e rivolte pagate a caro prezzo dalla popolazione?

Il rifiuto della cultura Amazigh e la marginalizzazione della Cabilia e di altre aree amazighofone (berberofone) dell’Algeria e del Nord Africa sono dovuti a due fattori principalmente. Si parla spesso della Cabilia perché è la regione Amazigh più popolata, con circa 6 milioni di residenti, senza contare più di 4 milioni di cabili sparsi tra Algeri, altre città d’Algeria e la Francia. Esistono numerosi altri gruppi berberi in giro per il Nord Africa, dall’Oasi di Siwa, nel sud ovest dell’Egitto, fino al sud ovest del Marocco. Ma nessuna comunità è così importante numericamente. La marginalizzazione che colpisce queste regioni, quindi, è dovuta principalmente al fatto che negli anni ‘50, quando i Paesi nordafricani cominciarono ad accedere all’indipendenza, uno dopo l’altro, il vento girava verso il Nazionalismo Arabo. L’Egitto di Nasser attirava tutti i giovani vogliosi di libertà e di riscatto. Con l’indipendenza, il Panarabismo fu adottato in varianti diverse come ideologia ufficiale dei giovani Stati. E gli attivisti arabisti imposero la loro idea di scuola, di università, la loro versione della storia e della cultura ufficiale, e presero il controllo degli eserciti e delle amministrazioni. Tutto quello che non rientrava in una definizione esclusivamente araba (e musulmana: all’epoca la religione era in secondo piano) era escluso. La seconda ragione, che riguarda esclusivamente l’Algeria, è il fatto che la rivoluzione fosse stata fatta principalmente in due regioni amazighofone: la Cabilia e l’Aures. Dei grandi leader rivoluzionari il 90% era originario di queste due regioni. Così era anche con le truppe di partigiani. Ma al momento dell’indipendenza, nel 1962, gli ufficiali panarabisti che presero il potere arrivarono dall’estero, dai campi profughi in Marocco e Tunisia. Non avevano fatto la rivoluzione. E la loro unica legittimità erano gli appoggi internazionali (Paesi arabi e Paesi socialisti di allora). Il fatto che la Cabilia rimase fedele ai veri rivoluzionari, tentando anche una ribellione armata nel 1963, la mise definitivamente al bando della giovane nazione. 

Tu hai lavorato come educatore, all’inizio, in Cabilia. Poi ti sei trasferito in Italia dove, oltre a fare l’educatore, scrivi per varie testate e fai conoscere episodi della storia algerina anche recente. Di alcuni sei stato anche protagonista e testimone diretto. Vuoi raccontarci qualcosa?

I grandi movimenti di lotta in Cabilia tra gli anni ‘70 e gli anni 2000 sono stati dei veri movimenti di massa, nonviolenti, e altamente democratici. La loro connotazione principale è ispirata dalla cultura Amazigh, che predilige forme di organizzazione orizzontale senza leadership forte. Per migliaia di anni i villaggi della Cabilia sono state delle mini repubbliche autonome, che si mettevano insieme in federazione solo per affrontare nemici esterni. Così si organizzò il Movimento Culturale Berbero nato nel 1980, dopo la rivolta chiamata la primavera Amazigh (o berbera). Un movimento orizzontale, capillare, presente in ogni paese, città, quartiere, villaggio. Fatto di milioni di formiche attive nell’anonimato e un certo numero di animatori più in vista, nessuno dei quali era considerato o si considerava il leader. Oltre alla rivendicazione culturale e linguistica, gli attivisti del Mcb erano anche sindacalisti, attiviste femministe, animatori di sindacati studenteschi, fondatori delle prime associazioni per la difesa dei diritti umani…Io ero uno di loro: una formica tra tante altre formiche attive. Una delle realizzazioni più straordinarie del movimento fu lo “sciopero della cartella” del 1995-1996. Su appello del Movimento Culturale un milione di studenti rifiutarono di andare a scuola fino a che la lingua amazigh non venisse ammessa nelle scuole. Un’azione mai vista, enorme. Il movimento ottenne buona parte delle sue rivendicazioni. Ma morì subito dopo di stenti e di divisioni interne.

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La Carta Nazionale, la Costituzione, istituita nel 1976 dal Fronte Liberazione Nazionale, era frutto e simbolo della conquista dell’indipendenza dalla Francia, espressione di un particolare “socialismo” algerino e portatore di princìpi democratici ed egualitari. Affermava che lo sviluppo del Paese sarebbe stato a beneficio delle masse popolari. È stata rivista varie volte e riformata. Cosa si è perduto in questi 40 anni?

Come molte cose della vita, la Carta algerina del 1976 aveva lati luminosi e lati oscuri. Sanciva lo stato socialista e i diritti fondamentali acquisiti con l’indipendenza. Diritto a non aver fame, diritto ad avere un tetto sulla testa, diritto alla salute e all’educazione…Noi venivamo da un processo rivoluzionario abbastanza condiviso. E tutti gli algerini si sentivano proprietari della nazione liberata dalle catene dell’ordine coloniale. Ma nello stesso tempo ufficializzava la dittatura del partito unico, l’egemonia dei militari sulla società civile. In qualche modo tutti proprietari ma, se eri un dinosauro dell’apparato politico o militare, eri più proprietario degli altri. Nelle revisioni successive della Costituzione si è aperto il campo politico, sociale e culturale alla pluralità di visioni e opinioni. Ma in cambio ciò che era una volta di tutti è diventato di pochi. Come è successo in tutti i Paesi ex socialisti, i vecchi guardiani dell’ortodossia socialista sono diventati i baroni dell’economia di mercato. Hanno privatizzato tutto a loro vantaggio. Oggi in Algeria sulla carta abbiamo ancora tutti i diritti. Ma le strutture sono state svuotate del loro contenuto. La scuola per tutti c’è, ma forma milioni di analfabeti funzionali. L’Università è ancora gratuita ma forma dei laureati incapaci di tenere un ragionamento logico. Tutti hanno diritto alle cure ma gli ospedali pubblici sono dei grandi casermoni che curano poco e male. E tutto si deve fare nelle strutture private. Le risorse energetiche nazionalizzate nel ‘71 sono state consegnate di nuovo alle multinazionali. Le entrate di questo settore, che resta l’unica fonte di guadagno del Paese, sono usate dal regime per mantenersi in vita.

Un altro principio molto bello contenuto nella Costituzione del 1976 era la «promozione della donna e la sua partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale della Nazione». Il Codice della famiglia del 1984, fermamente contestato da poche ma decise donne femministe, ha poi introdotto una serie di norme che, nei fatti, non sembra siano affatto coerenti con gli intenti originari post-rivoluzionari. Il Codice è ancora in vigore nella sua rigida forma originaria o sono stati modificati i suoi aspetti più reazionari?

Quella del Codice della famiglia è la prima concessione fatta dal Fronte di Liberazione Nazionale all’islamismo politico, che faceva la sua apparizioni sulla scena verso la fine degli anni ‘70. A parte l’Egitto dove i Fratelli Musulmani erano presenti già dagli anni 50. Il FLN era composto da varie tendenze politiche. La componente maggioritaria, prima e durante la guerra di liberazione nazionale, era composta da patrioti algerini, laici e che si potevano collocare in una sorta di social-democrazia, che volevano portare gli algerini verso uno Stato che garantisse educazione, salute e benessere per tutti. C’erano varie altre tendenze dentro: i liberali laici del partito dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino, il Sindacato Nazionale dei Lavoratori Indigeni, l’Unione studentesca, il Partito Comunista Algerino, il movimento dei Riformisti musulmani, Nazionalisti arabi, militanti della causa berbera…

La prima Carta del Fronte di Liberazione, detta “Dichiarazione della Soumam” dal nome della valle della Soumam, in bassa Cabilia, dove fu organizzato il primo congresso di tutte le unità combattenti nel territorio nazionale, nel 1956, era un capolavoro di umanesimo laico. La Carta del 1976, se tradiva quella della Soumam nei suoi intenti universali e di pluralità politica, culturale e sociale e nella limitazione del potere dei militari, le rimaneva però fedele nello spirito di giustizia sociale e di laicità dello Stato.

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Negli anni ‘80, dopo la morte del presidente Boumedienne, per estro- mettere l’ala sinistra del Fln, la destra dei nazionalisti arabi si alleò con i nuovi movimenti islamisti. Che fiorirono sia dentro che fuori del Fln. E questo grazie anche a un forte sostegno delle potenze occidentali e ai finanziamenti delle petromonarchie del Golfo. L’islamismo politico è usato come cavallo di Troia per abbattere i regimi socialisti arabi. Uno dei segni forti di quella alleanza fu il Codice della famiglia, che introdusse in un Paese a costituzione laica una serie di leggi legate alla gestione dei rapporti familiari (matrimonio, rapporto coniugale, divorzio, tutela dei figli, eredità…) ispirata a una lettura medioevale del testo coranico e della tradizione musulmana. Dalla guerra civile in qua, i partiti al potere continuano a giocare a tira e molla con gli islamisti, li corteggiano per un po’ e li reprimono per un po’. Ma in fondo le concessioni del passato hanno dato alla loro ideologia ampi poteri sul mondo dell’educazione e sulla società. Ormai hanno modellato la mentalità del cittadino medio a loro immagine. E un ritorno a uno Stato autenticamente laico sarà lungo e difficile.

Nel 4° paragrafo la Costituzione affermava il rigetto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dava un alto valore alla spiritualità dell’uomo e risalto al «rispetto della libertà di pensiero e di coscienza». Questi due aspetti sussistono ancora in concreto?

La pluralità di credi politici è una realtà ancorata nella vita sociale in Algeria e la libertà di espressione è abbastanza garantita. La stampa scrive quasi di tutto e ha poche linee rosse che non può superare. La situazione è diversa per la libertà religiosa invece. Sulla carta esiste e lo Stato ne è il garante. Qualche anno fa, la stampa vicina agli islamisti aveva protestato contro l’apertura sempre più numerosa di sale di preghiera per evangelisti attraverso il territorio nazionale. Le chiese evangeliste di matrice nordamericana praticano in Algeria, come ovunque, i loro metodi di proselitismo con l’ausilio di incentivi economici e sociali, e le conversioni sono a migliaia. La tradizione musulmana accetta che ebrei e cristiani possano praticare la loro fede “in libertà”, ma non tollera proselitismo e apostasia. La legge algerina non prevede ostacoli al cambio di religione. Il ministro degli Affari religiosi è intervenuto tagliando corto quelle polemiche. “Il ministero degli Affari religiosi è il garante della libertà religiosa” – disse all’epoca – “E se dei cittadini algerini si organizzano in associazione religiosa e presentano una richiesta per l’apertura di un luogo di culto, secondo le norme vigenti, io non posso che dare il permesso”.

Ma nella realtà le limitazioni della libertà di coscienza sono tantissime, di ordine sociale prima di tutto. Lo Stato spesso fa poco per proteggere le minoranze religiose, i non credenti e gli atei…E la polizia e alcuni giudici molto spesso usano una legge pensata contro “chi offende la religione musulmana” per punire, invece, o per lo meno creare problemi a chi non rispetta certi dettami come il digiuno del Ramadan o tiene discorsi ritenuti non conformi alla fede maggioritaria.

Storici, qualificati giornalisti e studiosi del terrorismo jihadista sono convinti che questo fenomeno che da circa due decenni coinvolge pesantemente anche i Paesi occidentali sia principalmente una guerra intestina, interna al mondo islamico. Sciiti e Sunniti, cioè, si contenderebbero la supremazia sulla variegata galassia di Stati di religione islamica. Sei d’accordo con questa tesi generale?

Non esiste una guerra interna al mondo dell’Islam per una egemonia culturale dei sunniti contro i sciiti, per la semplice ragione che quello sciita e quello sunnita sono due modi distinti di vedere e vivere la religione e il suo rapporto con la vita sociale e politica. E non basterebbe una vittoria militare per portare le persone a passare da un mondo all’altro. In realtà nessuno dei due blocchi è un monolite omogeneo. Sunna e Shia sono già due galassie che contengono tantissime tradizioni, interpretazioni e scuole di pensiero. Sarebbe come considerare la guerra d’Irlanda una guerra per l’egemonia culturale tra cattolicesimo o protestantesimo. Anche se il fattore religioso aveva un ruolo importante per definire le posizioni delle popolazioni, sappiamo invece tutti che la vera posta in gioco non è mai stata la religione.

È vero invece che c’è una guerra d’influenza tra l’Iran e le monarchie del Golfo. E questa guerra si fa tramite la diffusione di idee estremiste, il finanziamento e l’armamento di movimenti estremisti sunniti, da parte delle monarchie della penisola araba, da una parte. Dall’altra parte, l’Iran fomenta le ribellioni e fornisce finanziamenti e armi alle minoranze sciite presenti nei Paesi a maggioranza sunnita. Però l’obiettivo non è l’egemonia religiosa, ma quella politica e soprattutto economica. Tuttavia questa guerra d’influenza tra Iran e penisola arabica non basta a spiegare tutto. La questione è molto complessa, affonda le sue radici nella fine dell’impero ottomano e inizio della colonizzazione europea, nella scoperta dei più grandi giacimenti di petrolio e gas del mondo, nella seconda guerra mondiale, nei processi di decolonizzazione, nella questione israelo-palestinese, nella guerra fredda, etc…Ma questo forse è il caso di lasciarlo per un’altra discussione.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

 

E tutti i cani di Bagheria si chiamarono Jack: entusiasmi per la “liberazione” che non cancellarono gli orrori della seconda guerra mondiale in Sicilia

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Sbarco delle truppe Usa in Sicilia ad Augusta (o Gela) nel 1943.Foto archivio dell’autrice

 

Ospite dell’Istituto Gramsci Siciliano lo scorso 4 maggio è stato il periodico on line dell’Università di Palermo «InTrasformazione, rivista di storia delle idee» che, con il più recente numero (vol.6,n.1,2017), regala un piccolo gioiello a cultori e appassionati di storia siciliana. Si tratta de La guerra in Sicilia (1940-1943), un e book scaricabile gratuitamente, che  racchiude i molti articoli scritti dal giornalista e scrittore Mario Genco e pubblicati nel tempo dai principali quotidiani di Palermo.

Andando ben oltre la mistica della “liberazione americana” il testo apre con una narrazione dell’orrore riversato sulla popolazione siciliana e su tutta l’isola, vittima di bombardamenti incessanti e spropositati da parte degli Alleati. Inclusi quelli sulla piccola isola di Favignana dove non vi erano obiettivi militari e però vennero uccisi 77 civili, tra cui molti bambini.

Il ritmo serrato del racconto e l’asprezza del lessico catapultano il lettore dentro una serie di fotogrammi ove il fragore delle bombe si percepisce ancora più dell’immagine. La contabilità di morti, mutilati e feriti è impressionante, i danni alle città, ai monumenti e alle coltivazioni incalcolabili.

Citati numerosi e assurdi episodi − come la resa di Lampedusa ad un unico sergente pilota della Raf, spacciata per “conquista” – che offrono spazio all’autore per ridicolizzare l’altisonante retorica bellica. Si parla dello sbarco, del generale Patton a Palermo, del saccheggio di 6.000 bottiglie di vino e liquori pregiati nella cantina di Palazzo Orleans, della distruzione di Palazzo Lampedusa e di tanto altro.

 

Sicilia, estate 1943, generale Patton, comandante V Armata
Sicilia 1943: generale George Smith Patton, comandante VII Armata. Foto archivio dell’autrice

 

 

«Ho pensato di affidare il contenuto di questo libro agli ectoplasmi» − ironizza Genco, riferendosi al formato digitale del testo – ma il suo intrinseco valore storico, sostanziato da una vastissima bibliografia, avrebbe preteso ben di più. Poco male, dal momento che la tecnologia ci consente di stamparlo a casa e il nostro intuito di dargli un bel posto in libreria.

Nel suo interessante intervento sul tema, in particolare a proposito dell’adesione dei Siciliani al regime fascista, il professore Giuseppe Campione, − eclettico protagonista della cultura e della politica in Sicilia − ha spiegato che vi fu un consenso solo da parte di alcune categorie sociali che ne beneficiarono. L’irrompere della guerra e la conseguente drammaticità delle condizioni di vita fecero sì che il consenso si esaurì, in realtà perché non c’era mai stato.

Per il giornalista Franco Nicastro il dissenso al Fascismo si cominciò a manifestare all’inizio del ’42, quando «i Siciliani cominciarono a vedere i costi della guerra, i devastanti bombardamenti, la fame». La ratio degli attacchi aerei fu una vendetta per le atrocità commesse dai fascisti in guerra e intendeva minare l’umore della popolazione e far capire l’inutilità della resistenza. Atroce il massacro compiuto ad Acate, l’antica Biscari, da parte dell’esercito degli Stati Uniti, crimine di guerra in cui vennero uccisi 76 prigionieri, preceduto da una strage di civili inermi.

Alfio Mastropaolo, docente di Scienza Politica, ha ricordato che se l’entusiasmo generale per la “liberazione” fece quasi dimenticare la potenza dei bombardamenti inglesi e statunitensi, la disorganizzazione di una guerra fatta da “pasticcioni” e l’assenza dello Stato giustificò il sorgere in Sicilia del movimento separatista.

Siti di propaganda per combattenti e contromisure

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bandiera della “Rivolta Araba” (1916-1918)

Anni fa due piccolissimi bambini di un Paese islamico furono intervistati in una trasmissione televisiva per dire qualcosa sulla loro  madre, una giovane jihadista che si era fatta esplodere in un attentato, e la scena fu riproposta anche da una emittente italiana. La bambina, di circa sette anni, seduta compostamente, rispose “La mamma ha fatto martirio”, mentre le parole del fratellino, troppo piccolo per comprendere anche il contesto, furono soltanto “Io vado all’asilo”.  Volendo il giornalista mostrare l’assurdità di quella tragedia, nei fatti puntò le telecamere sulla mancata elaborazione di un dolore troppo grande per essere espresso.

Può essere grande l’attrattiva esercitata sui giovani da siti che sollecitano l’adesione ad un progetto di rivoluzione centrato sul jihad, che, forte anche delle sue promesse, si presenta già nella sua essenza come qualcosa di eroico e salvifico. Nel breve saggio Pensare il radicalismo islamico (in “Prometeo”, n.128, Mondadori, 2014) Claudio Vercelli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ha spiegato bene la natura prettamente politica del fondamentalismo, consistente in un moderno movimento di mobilitazione “…verso un obiettivo finale che non è stato ancora raggiunto”.  “Il nocciolo del fondamentalismo” – scrive Vercelli – ” non sta in ciò che promette, ma nella capacità di indurre gli affiliati a cercare di tener fede a tale promessa, convincendoli della necessità di ripetersi negli sforzi…”. Un soggetto politico di nuova concezione che si può nascondere ovunque  e in nessun luogo e che reinventa le modalità dello scontro.

Uno dei compiti più difficili degli Agenti scelti che lavorano costantemente sul Web a livello mondiale è smascherare la vera identità di uomini e donne che si nascondono nei vari social dietro profili ed account fasulli, corredati di foto altrettanto false.  Oltre che un compito è una sfida, sia perchè la reale identità di questi individui si disperde e viene occultata  dal groviglio consentito dalla rete, sia per il fatto che tanti vengono individuati ed eliminati ma altrettanti  riappaiono sotto altra veste. Considerazione che vale naturalmente anche per la quantità di truffatori che talvolta riescono ad  acchiappare persone sprovvedute o che non conoscono bene i mezzi che usano. Sono state anche trovate e disattivate quantità di  app , lanciate dall’Is (e da Talebani) per scambiare con i telefoni cellulari messaggi criptati. Alcune poi sono appositamente dedicate ai bambini, il cui indottrinamento è considerato essenziale da questi criminali.

Da un articolo sul Corriere della Sera del 2 agosto scorso, scritto da Andrea Galli, abbiamo avuto particolari su una vicenda di corrispondenza, in Italia,  fra aspiranti terroristi, veicolata da Internet, ma  fortunatamente bloccata  in tempo dalle indagini dei Carabinieri e del Ros di Milano. Un magazziniere pakistano residente dal 2003 a Vaprio d’Adda (Farook Aftab) scambiava in chat informazioni, foto e propaganda (jihadista ovviamente) con un albanese (tale Idbrahim Bledar) abitante in un paese vicino. Pare che i due, scoperti ed espulsi dall’Italia, non si siano mai incontrati nella realtà e però comunicavamo molto bene; Bledar anche con Maria Giulia Serio, la ventottenne italiana che, abbracciata la fede islamica, si è trasferita in Siria assieme al marito albanese nel 2014, per unirsi ai terroristi dell’Is.

E’ alla Siria ed alla Libia che bisogna guardare – secondo il giornalista Galli – per andare alla ricerca di altri possibili attentatori mentre c’è chi si spinge oltre, intravedendo nella Somalia più profonda (dove agiscono i jihadisti di Al Shabaab) segnali e movimenti utili per comprendere ciò che il futuro potrebbe riservare al mondo nell’ambito di questa imprevedibile guerra dichiarata nei fatti dal terrorismo fondamentalista. Questa ipotesi è stata avanzata dal reporter di guerra Domenico Quirico  – in un servizio pubblicato da “La Stampa” il  15 agosto scorso – profondo conoscitore dell’argomento, il quale, inviato in Siria nel 2013, fu fatto prigioniero dall’Is e vi rimase per sette mesi. Potè poi fortunatamente ritornare in Italia.  “I margini delle cose spiegano meglio quanto accade…è li che bisogna cercare…Chi cerca al centro si perde nella illusione di capire…Qui (Quirico parla della Somalia), in questa periferia del mondo, margine apparente del Califfato, maturano le sue implacabili metamorfosi, si preparano le micidiali sorprese che ci riserverà domani.”

Le motivazioni che possono spingere un essere umano, per lo più sono giovani,  a muoversi verso una direzione totalitaria che lascia alle sue spalle ogni residuo di ragione è diventato purtroppo un argomento di rilievo in quasi tutto il mondo. Si indagano le ragioni storiche e sociali del fondamentalismo e non mancano gli studi di psicologia sociale nel tentativo di delineare i “profili” degli attentatori terroristi che si dichiarano di fede islamica.

Qualche informazione su quello che è considerato il primo terrorista europeo, Khaled Kelkal, francese di origine algerina, ucciso dalla Polizia nel  2005 nei pressi di Lione è contenuto nell’articolo con il link riportato sotto

http://www.carteggiletterari.it/2016/10/26/1995-viene-ucciso-in-francia-il-primo-terrorista-jihadista-cosa-e-cambiato-da-allora/ ,  pubblicato dalla rivista “Carteggi letterari critica e dintorni”

Chuck Norris vs Kommunism. Videocassette (Usa) per la libertà

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Romania, anni ’80. La riunione emozionante di una famiglia qualunque davanti ad uno schermo casalingo per assistere alla proiezione di una videocassetta sgangherata viene bruscamente interrotta. Bussano alla porta numerosi e minacciosi agenti  della polizia politica, i bambini vengono chiusi in una stanza per non assistere. Dopo quasi due ore è finito l’interrogatorio, per fortuna senza arresti o violenze e le cassette VHS però, proiettore compreso, vengono sequestrati. Cosa ci può essere di tanto pericoloso in quel materiale? Semplicemente la libertà. E in un Paese con una dittatura infame e affamante come quella di Nicolae Ceausescu (e famiglia) qualunque film che venga  dall’Occidente è proibito. Non importa che si vedano le scazzottate di Van Damme o gli spari di Chuck Norris o Sylvester Stallone che fa jogging. Tutto per i Rumeni ha il sapore della libertà,  mette davanti ai loro occhi paesaggi, situazioni, ambienti, auto e vestiti di lusso che non hanno mai visto, che li diverte e li fa sognare.

E la prima a sognare è Irina Margareta Nestor, traduttrice e doppiatrice che viene ingaggiata da Teodor Zamfir, personaggio piuttosto ambiguo, ma audace e con molte conoscenze, il quale compie due operazioni insieme: si arricchisce e fa un dono alla popolazione. Organizzatore, nella sua abitazione,  di un piccolo studio dove arrivano clandestinamente dall’Urss e dai Paesi confinanti centinaia di videocassette che vengono rapidamente tradotte e partono per ogni località, anche remota del Paese, nascoste sotto i bagagliai e in tutti i modi possibili. Non importa se i nastri sono così rovinati che “a volte le scene dovevamo immaginarle…”racconta ridendo uno dei testimoni intervistato nel film. E, forse per l’ironia presente, il racconto diventa leggero e suggerisce che anche nei momenti peggiori ci si può riunire ad altre anime e insieme andare avanti con un po’ di allegria, sperando.

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Irina Margareta Nestor oggi, durante le riprese del film

 

La voce di Irina – che nel doppiaggio presta la sua voce  a tutti, uomini, donne, bambini, diventa un simbolo, come al tempo Radio Londra per l’Europa antinazista. E lei racconta che, nonostante la paura, continuava a fare quel lavoro perché era anche per lei l’unico modo, in una realtà opprimente e poliziesca, di dissentire e respirare.

Nel bellissimo docufilm di Ilinca Calugareanu, Chuck Norris vs Communism (2015),  proiettato giorni fa in un cineclub di Milano, e spero presto a Palermo, sono presenti una folla di persone che vissero di queste emozioni. Una di loro dice “i semi gettati dalle videocassette infine esplosero in una rivoluzione”. Il film, presentato in vari Festival, ha ricevuto meritati premi.

 

Quale titolo per il teatro Garibaldi?

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Nella sintesi somma dell’articolo che ha aperto il 25 maggio le pagine di Palermo della “Repubblica” sullo stato di alcuni beni culturali storici della città la complessa storia dell’affascinante teatro Garibaldi non trova alcuno spazio. Appiattita e banalizzata dall’accento posto soltanto su questi ultimi due mesi, e da un ambiguo accenno di “abusivismo” da parte dell’Associazione Teatro Garibaldi, che ha avuto affidato ufficialmente lo spazio dal Comune per due anni. Scavalcando il generale blocco di finanziamenti per la cultura che ne immobilizza l’uso per spettacoli di ampio respiro, potendo utilizzare soltanto cifre irrisorie, il teatro ha invece funzionato sino allo scorso aprile con pervicace continuità anche come galleria d’arte, spazio per laboratori teatrali e performance musicali di qualità, e come biblioteca di opere di teatro e spettacolo.

Va detto che al momento attuale è stato presentato dall’Associazione – con altre tre storiche compagnie teatrali di Palermo, l’Opera dei Pupi di Mimmo Cuticchio, la Compagnia Franco Scaldati e il Teatro Libero – il progetto triennale Meteikos per accedere ai finanziamenti europei. Il progetto coinvolge tre teatri europei partner, dalla Spagna, Polonia e Francia.  Un po’ eccessivo parlare di “declino senza fine” o di “flop”, titoli dati all’articolo del prestigioso quotidiano che non descrivono e non informano. All’inizio del mandato – è il caso di chiarire – presidiare la struttura (dormirci dentro) ha significato entrare in un luogo sprovvisto di tutto, perfino di un lavandino – ha spiegato Matteo Bavera, attuale direttore artistico e regista – e anche oggi stare lì obbliga ad un incontro quotidiano ravvicinato con un contesto difficilissimo, che considera normale financo un allevamento di pitbull dietro il teatro.

Cosa è oggi l'”esistente” del teatro Garibaldi? “teatro instabile, per le sue vicende altalenanti, è oggi un bene culturale in continuo movimento che ha agito negli anni anche come elemento rivitalizzante per l’intero contesto in cui si trova, la Kalsa. Sembrava irredimibile questo antichissimo quartiere, oltraggiato dai bombardamenti e dall’incuria quando i ruderi del teatro furono per caso riscoperti nel 1996 da Franco Scaldati e Matteo Bavera che intuì le potenzialità di questo luogo e ne fece l’oggetto di una progettualità originale e duratura. Il teatro aveva subìto lunghi periodi di chiusure e riaperture e si era trasformato in spazio senza strutture. Un luogo senza barriere in cui scena e spettatore possono fondersi e dove al posto di un cielo dipinto c’è un pezzo di vero cielo, da guardare e da respirare. Ma proprio questa precarietà divenne il suo tratto caratteristico in quanto simbolo ideale di una città che sembrava immobile e proiettata verso il degrado generale.

Vide anni di prestigioso teatro, a cominciare dal progetto della “Trilogia shakesperiana” di Carlo Cecchi – allora direttore artistico – e Matteo Bavera nel 1999; e poi lavori di Carmelo Bene, Peter Brook, Antonio Latella, Emma Dante, Franco Scaldati, Davide Enia e tanti altri che, con opere ricercate e innovative, hanno fatto promuovere il Garibaldi membro dell’Associazione Teatri d’Europa, creata da Giorgio Strehler. L’imponente e ambiziosa ristrutturazione iniziata nel 1997 e rimasta incompiuta, molto poco conservativa e colpevolmente irrispettosa del progetto iniziale, ne ha modificato l’aspetto facendo mancare al teatro elementi fondanti come il palcoscenico e ogni struttura tecnica e di movimento, compresi gli impianti elettrici. Da allora ritardi nell’assegnazione, un’ulteriore chiusura di sei anni, un’occupazione molto pubblicizzata ma forse intempestiva di artisti e maestranze varie e gravi atti di vandalismo sono stati pesantemente d’intralcio per la fruibilità di questo bene culturale storico della città.

Garibaldi in Palermo
UNSPECIFIED – CIRCA 2002: Garibaldi in Palermo, 1860. Expedition of the Thousand, Italy, 19th century. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

A Palermo nel 1863 gli spettatori del teatro Garibaldi, prima ancora dello spettacolo, ebbero una visione speciale. Con la bellezza dei loro corpi nudi le statue attorno alla fontana di piazza Pretoria quasi lasciavano in ombra l’Eroe nazionale, soggetto principale dell’enorme sipario opera del pittore Giuseppe Bagnasco, che riportava su tela una scena storico-allegorica così cara ai Palermitani per farla rivivere ad ogni spettacolo. La visione poi del Generale stesso sul palcoscenico e il discorso che rivolse al pubblico fece esultare l’intera platea. La fantasiosa e romantica iconografia garibaldina creata a Palermo dai più famosi artisti dell’epoca, pittori, scultori e incisori non trovò collocazione soltanto nelle aree museali, al Museo Nazionale all’Olivella, ora Museo Salinas, e successivamente al Palazzo Abatellis ed alla Società di Storia Patria. Una delle opere più significative nel rappresentare il gusto nazional-popolare post unitario che descrive l’ingresso trionfale del Generale Eroe a piazza Pretoria nacque non per rimanere immobile su una tela, ma sipario vivificato dall’azione scenica nel teatro Garibaldi. L’Eroe, venerato a Palermo quanto Santa Rosalia, è circondato da patrioti e popolani scalzi, acclamato dalle finestre del Palazzo Pretorio e persino le statue delle divinità, con le loro splendide nudità, partecipano alla festa.

Naturalmente il sipario non è più esistente ma è rimasto, ben conservato, tra i disegni di Palazzo Abatellis, uno studio particolareggiato che il pittore Bagnasco tracciò per riportarlo su tela nel 1863. Come racconta la storica dell’arte Evelina De Castro in un suo bell’articolo sulla rivista Kalòs (anno 23, n.2), il sipario del teatro Garibaldi “divenne emblematico dell’epopea garibaldina” e fu conservato a lungo. Non sappiamo se per realizzarlo l’artista sia dovuto salire su un ponteggio e se l’abbia dipinto con i lunghissimi pennelli usati ancora oggi per creare le scenografie teatrali, ma il risultato fu grandioso tanto da divenire una delle perle offerte all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, in un’epoca in cui i teatri erano i luoghi di cultura. Gli spettatori a teatro quella sera si trovarono di fronte ad una scena non di fantasia o di soggetto mitologico, ma narrante un episodio di storia contemporanea accaduto a pochi passi dal sito del teatro. Moderno come un reportage fotografico o un video clip di oggi.

Già verso la fine degli anni 1860 la sorte del piccolo ma fascinoso teatro palermitano iniziava ad essere segnata per i progetti di altre strutture, più sontuosi, come il Politeama ed il teatro lirico Massimo che avrebbero soddisfatto il desiderio di partecipazione alla vita culturale della ricca borghesia emergente. Ma anche allora non sfuggiva che l’amministrazione comunale si curasse poco di tenere in vita l’esistente, come il vecchio mercato di Porta S. Giorgio che “invecchia, quasi vergine”. Seppure contestati da parte della popolazione in quanto grandiosi o superflui ed eccessivamente lussuosi – come ricorda lo storico Orazio Cancila in Palermo – questi futuri spazi scenici serviranno al meglio il desiderio della città di autorappresentarsi come metropoli moderna e à la page. E per il teatro Garibaldi iniziò, allora effettivamente, il declino.

Sulla Kalimera (pericolosa e indecente) da Novorossisk al Pireo

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area proclamata “Repubblica del Ponto” dopo la prima guerra mondiale

Quante patrie a ognuno è dato avere? Quante se ne potevano sopportare?

Dal romanzo storico di Emidio D’Angelo Eravamo a Trebisonda, pubblicato di recente, riprendo alcune delle storie, vere, arrivate a noi attraverso la voce narrante di Lefteri, di Stavros, di Ghiorgos. Trascorso quasi un secolo da questi avvenimenti, il loro ricordo, senza questo testo, il primo in lingua italiana, sarebbe diventato per noi sempre più evanescente se affidato soltanto alle fonti storiche ufficiali e ai reperti di pubblicistica sull’argomento. Di quali fonti inoltre si tratta? Chi dovrebbe ricordare che migliaia di Greci pontini furono costretti a lasciare drammaticamente  le loro case, il lavoro, le città dove avevano sempre vissuto sulle coste del Mar Nero? Non lo fanno certo i Turchi, i quali ancora oggi non sono neanche disposti a riconoscere di avere compiuto un massacro, un genocidio ai danni della popolazione armena nello stesso periodo. Quest’ultimo argomento è considerato tuttora un tabù e liquidato sbrigativamente come “il problema armeno”- così mi è capitato di leggere mesi fa  in una storia dell’Impero ottomano scritto da una docente universitaria turca. Potrebbero forse farlo testi russi, quando la popolazione esule greca pontina che  si  era rifugiata in parte in città russe dell’altra sponda del mar Nero come Novorossirk e Rostov era stata penosamente sottomessa pure dalla nascente Unione sovietica?  E forse neanche  i Greci della madrepatria potrebbero voler ricordare troppo una storia che, in qualche caso – come racconta il testo – non li vide molto generosi nei confronti dei cugini greci del Ponto, considerati, appunto, lontani parenti, scomodi in quel contesto storico. Per meglio capire. La Grecia si trovava in uno stato di grande povertà, sfiancata sin dal 1912 dalle Guerre balcaniche, dal tornado della seconda guerra mondiale, compreso il tradimento delle forze alleate che non mantennero la promessa di farle avere i territori dell’Asia minore, del Ponto cioè, quindi dalla guerra contro la Turchia (1919-1922) cui seguì anche la perdita del bel porto di Smirne. Ciò che avvenne viene comunque definito come una catastrofe.

Nella prima parte della recensione avevo fatto percorrere  in poche righe  alla famiglia di Lefteri un lungo percorso di esilio forzato che li aveva portati da Trebisonda all’opposta sponda del mar Nero, zona russa divenuta sovietica.  Avevo accennato al clima di violenza e persecuzioni che bande di turchi, sostenuti e foraggiati dal nuovo movimento politico dei Giovani Turchi, avevano creato, al solo scopo di costringere tutte le  etnie diverse, e quindi i numerosi Greci, a scappare dalle città dell’Asia Minore lasciando ai Turchi tutti i loro beni. Presi alla sprovvista da tanta violenza inaspettata i partigiani greci in Anatolia  non furono in grado di organizzare una vera resistenza, in luoghi che erano sempre stati pacifico incontro di civiltà diverse.

giovani-turchi

Una delle pagine più coinvolgenti ricorda i magnifici roseti di via Kostantinov a Novorossisk  quando un corteo di protesta di contadini russi resi poverissimi dalla collettivizzazione forzata, fu travolto e spazzato via dall’artiglieria e cavalleria sovietica e i centomila petali di tutti i colori si mischiarono al sangue dei disperati. La narrazione proprio di questo episodio credo sia voluto dall’autore il quale – se nella postfazione dichiara come scrivere di queste tragedie non voglia in nessun modo “costituire un atto di accusa per gli eredi o per i governi dei Paesi dove i fatti sono avvenuti”- ha voluto comunque rimarcare che la violenza e la sopraffazione non sono  stati una peculiarità del nuovo governo turco all’epoca dei fatti, ma hanno animato alla pari  i fucili e gli squadroni dei giovani e promettenti Soviet, sia verso gli stranieri che verso il popolo russo.Con le proprietà requisite, stavolta dai soviet, e un clima divenuto pesantissimo, i nostri Greci si trovano a dovere abbandonare anche questa seconda patria.

In un’altra pagina il drammatico viaggio di migliaia di profughi sulla nave-merci Kalimera nel mare arrabbiato – dopo essere stati depredati delle loro misere provviste e cibo prima dai soldati russi alla partenza, poi dai Rumeni al passaggio dalle loro coste – li  spoglia della loro identità per assimilare il loro destino a quello dei tanti disperati che oggi arrivano o non arrivano sulle coste italiane, turche, greche sugli indecenti barconi, dopo avere attraversato migliaia di chilometri in terra africana e asiatica ed essere stati derubati da delinquenti, soldati e terroristi. Ma la sorpresa forse più amara è l’accoglienza tiepida che il giovane Lefteri e gli esuli pontini riceveranno al loro arrivo nella sognata Grecia, che si mischierà per sempre alla lacerazione per le patrie perdute, abbandonate.