Siti di propaganda per combattenti e contromisure

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bandiera della “Rivolta Araba” (1916-1918)

Anni fa due piccolissimi bambini di un Paese islamico furono intervistati in una trasmissione televisiva per dire qualcosa sulla loro  madre, una giovane jihadista che si era fatta esplodere in un attentato, e la scena fu riproposta anche da una emittente italiana. La bambina, di circa sette anni, seduta compostamente, rispose “La mamma ha fatto martirio”, mentre le parole del fratellino, troppo piccolo per comprendere anche il contesto, furono soltanto “Io vado all’asilo”.  Volendo il giornalista mostrare l’assurdità di quella tragedia, nei fatti puntò le telecamere sulla mancata elaborazione di un dolore troppo grande per essere espresso.

Può essere grande l’attrattiva esercitata sui giovani da siti che sollecitano l’adesione ad un progetto di rivoluzione centrato sul jihad, che, forte anche delle sue promesse, si presenta già nella sua essenza come qualcosa di eroico e salvifico. Nel breve saggio Pensare il radicalismo islamico (in “Prometeo”, n.128, Mondadori, 2014) Claudio Vercelli, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, ha spiegato bene la natura prettamente politica del fondamentalismo, consistente in un moderno movimento di mobilitazione “…verso un obiettivo finale che non è stato ancora raggiunto”.  “Il nocciolo del fondamentalismo” – scrive Vercelli – ” non sta in ciò che promette, ma nella capacità di indurre gli affiliati a cercare di tener fede a tale promessa, convincendoli della necessità di ripetersi negli sforzi…”. Un soggetto politico di nuova concezione che si può nascondere ovunque  e in nessun luogo e che reinventa le modalità dello scontro.

Uno dei compiti più difficili degli Agenti scelti che lavorano costantemente sul Web a livello mondiale è smascherare la vera identità di uomini e donne che si nascondono nei vari social dietro profili ed account fasulli, corredati di foto altrettanto false.  Oltre che un compito è una sfida, sia perchè la reale identità di questi individui si disperde e viene occultata  dal groviglio consentito dalla rete, sia per il fatto che tanti vengono individuati ed eliminati ma altrettanti  riappaiono sotto altra veste. Considerazione che vale naturalmente anche per la quantità di truffatori che talvolta riescono ad  acchiappare persone sprovvedute o che non conoscono bene i mezzi che usano. Sono state anche trovate e disattivate quantità di  app , lanciate dall’Is (e da Talebani) per scambiare con i telefoni cellulari messaggi criptati. Alcune poi sono appositamente dedicate ai bambini, il cui indottrinamento è considerato essenziale da questi criminali.

Da un articolo sul Corriere della Sera del 2 agosto scorso, scritto da Andrea Galli, abbiamo avuto particolari su una vicenda di corrispondenza, in Italia,  fra aspiranti terroristi, veicolata da Internet, ma  fortunatamente bloccata  in tempo dalle indagini dei Carabinieri e del Ros di Milano. Un magazziniere pakistano residente dal 2003 a Vaprio d’Adda (Farook Aftab) scambiava in chat informazioni, foto e propaganda (jihadista ovviamente) con un albanese (tale Idbrahim Bledar) abitante in un paese vicino. Pare che i due, scoperti ed espulsi dall’Italia, non si siano mai incontrati nella realtà e però comunicavamo molto bene; Bledar anche con Maria Giulia Serio, la ventottenne italiana che, abbracciata la fede islamica, si è trasferita in Siria assieme al marito albanese nel 2014, per unirsi ai terroristi dell’Is.

E’ alla Siria ed alla Libia che bisogna guardare – secondo il giornalista Galli – per andare alla ricerca di altri possibili attentatori mentre c’è chi si spinge oltre, intravedendo nella Somalia più profonda (dove agiscono i jihadisti di Al Shabaab) segnali e movimenti utili per comprendere ciò che il futuro potrebbe riservare al mondo nell’ambito di questa imprevedibile guerra dichiarata nei fatti dal terrorismo fondamentalista. Questa ipotesi è stata avanzata dal reporter di guerra Domenico Quirico  – in un servizio pubblicato da “La Stampa” il  15 agosto scorso – profondo conoscitore dell’argomento, il quale, inviato in Siria nel 2013, fu fatto prigioniero dall’Is e vi rimase per sette mesi. Potè poi fortunatamente ritornare in Italia.  “I margini delle cose spiegano meglio quanto accade…è li che bisogna cercare…Chi cerca al centro si perde nella illusione di capire…Qui (Quirico parla della Somalia), in questa periferia del mondo, margine apparente del Califfato, maturano le sue implacabili metamorfosi, si preparano le micidiali sorprese che ci riserverà domani.”

Le motivazioni che possono spingere un essere umano, per lo più sono giovani,  a muoversi verso una direzione totalitaria che lascia alle sue spalle ogni residuo di ragione è diventato purtroppo un argomento di rilievo in quasi tutto il mondo. Si indagano le ragioni storiche e sociali del fondamentalismo e non mancano gli studi di psicologia sociale nel tentativo di delineare i “profili” degli attentatori terroristi che si dichiarano di fede islamica.

Qualche informazione su quello che è considerato il primo terrorista europeo, Khaled Kelkal, francese di origine algerina, ucciso dalla Polizia nel  2005 nei pressi di Lione è contenuto nell’articolo con il link riportato sotto

http://www.carteggiletterari.it/2016/10/26/1995-viene-ucciso-in-francia-il-primo-terrorista-jihadista-cosa-e-cambiato-da-allora/ ,  pubblicato dalla rivista “Carteggi letterari critica e dintorni”

Chuck Norris vs Kommunism. Videocassette (Usa) per la libertà

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Romania, anni ’80. La riunione emozionante di una famiglia qualunque davanti ad uno schermo casalingo per assistere alla proiezione di una videocassetta sgangherata viene bruscamente interrotta. Bussano alla porta numerosi e minacciosi agenti  della polizia politica, i bambini vengono chiusi in una stanza per non assistere. Dopo quasi due ore è finito l’interrogatorio, per fortuna senza arresti o violenze e le cassette VHS però, proiettore compreso, vengono sequestrati. Cosa ci può essere di tanto pericoloso in quel materiale? Semplicemente la libertà. E in un Paese con una dittatura infame e affamante come quella di Nicolae Ceausescu (e famiglia) qualunque film che venga  dall’Occidente è proibito. Non importa che si vedano le scazzottate di Van Damme o gli spari di Chuck Norris o Sylvester Stallone che fa jogging. Tutto per i Rumeni ha il sapore della libertà,  mette davanti ai loro occhi paesaggi, situazioni, ambienti, auto e vestiti di lusso che non hanno mai visto, che li diverte e li fa sognare.

E la prima a sognare è Irina Margareta Nestor, traduttrice e doppiatrice che viene ingaggiata da Teodor Zamfir, personaggio piuttosto ambiguo, ma audace e con molte conoscenze, il quale compie due operazioni insieme: si arricchisce e fa un dono alla popolazione. Organizzatore, nella sua abitazione,  di un piccolo studio dove arrivano clandestinamente dall’Urss e dai Paesi confinanti centinaia di videocassette che vengono rapidamente tradotte e partono per ogni località, anche remota del Paese, nascoste sotto i bagagliai e in tutti i modi possibili. Non importa se i nastri sono così rovinati che “a volte le scene dovevamo immaginarle…”racconta ridendo uno dei testimoni intervistato nel film. E, forse per l’ironia presente, il racconto diventa leggero e suggerisce che anche nei momenti peggiori ci si può riunire ad altre anime e insieme andare avanti con un po’ di allegria, sperando.

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Irina Margareta Nestor oggi, durante le riprese del film

 

La voce di Irina – che nel doppiaggio presta la sua voce  a tutti, uomini, donne, bambini, diventa un simbolo, come al tempo Radio Londra per l’Europa antinazista. E lei racconta che, nonostante la paura, continuava a fare quel lavoro perché era anche per lei l’unico modo, in una realtà opprimente e poliziesca, di dissentire e respirare.

Nel bellissimo docufilm di Ilinca Calugareanu, Chuck Norris vs Communism (2015),  proiettato giorni fa in un cineclub di Milano, e spero presto a Palermo, sono presenti una folla di persone che vissero di queste emozioni. Una di loro dice “i semi gettati dalle videocassette infine esplosero in una rivoluzione”. Il film, presentato in vari Festival, ha ricevuto meritati premi.

 

Quale titolo per il teatro Garibaldi?

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Nella sintesi somma dell’articolo che ha aperto il 25 maggio le pagine di Palermo della “Repubblica” sullo stato di alcuni beni culturali storici della città la complessa storia dell’affascinante teatro Garibaldi non trova alcuno spazio. Appiattita e banalizzata dall’accento posto soltanto su questi ultimi due mesi, e da un ambiguo accenno di “abusivismo” da parte dell’Associazione Teatro Garibaldi, che ha avuto affidato ufficialmente lo spazio dal Comune per due anni. Scavalcando il generale blocco di finanziamenti per la cultura che ne immobilizza l’uso per spettacoli di ampio respiro, potendo utilizzare soltanto cifre irrisorie, il teatro ha invece funzionato sino allo scorso aprile con pervicace continuità anche come galleria d’arte, spazio per laboratori teatrali e performance musicali di qualità, e come biblioteca di opere di teatro e spettacolo.

Va detto che al momento attuale è stato presentato dall’Associazione – con altre tre storiche compagnie teatrali di Palermo, l’Opera dei Pupi di Mimmo Cuticchio, la Compagnia Franco Scaldati e il Teatro Libero – il progetto triennale Meteikos per accedere ai finanziamenti europei. Il progetto coinvolge tre teatri europei partner, dalla Spagna, Polonia e Francia.  Un po’ eccessivo parlare di “declino senza fine” o di “flop”, titoli dati all’articolo del prestigioso quotidiano che non descrivono e non informano. All’inizio del mandato – è il caso di chiarire – presidiare la struttura (dormirci dentro) ha significato entrare in un luogo sprovvisto di tutto, perfino di un lavandino – ha spiegato Matteo Bavera, attuale direttore artistico e regista – e anche oggi stare lì obbliga ad un incontro quotidiano ravvicinato con un contesto difficilissimo, che considera normale financo un allevamento di pitbull dietro il teatro.

Cosa è oggi l'”esistente” del teatro Garibaldi? “teatro instabile, per le sue vicende altalenanti, è oggi un bene culturale in continuo movimento che ha agito negli anni anche come elemento rivitalizzante per l’intero contesto in cui si trova, la Kalsa. Sembrava irredimibile questo antichissimo quartiere, oltraggiato dai bombardamenti e dall’incuria quando i ruderi del teatro furono per caso riscoperti nel 1996 da Franco Scaldati e Matteo Bavera che intuì le potenzialità di questo luogo e ne fece l’oggetto di una progettualità originale e duratura. Il teatro aveva subìto lunghi periodi di chiusure e riaperture e si era trasformato in spazio senza strutture. Un luogo senza barriere in cui scena e spettatore possono fondersi e dove al posto di un cielo dipinto c’è un pezzo di vero cielo, da guardare e da respirare. Ma proprio questa precarietà divenne il suo tratto caratteristico in quanto simbolo ideale di una città che sembrava immobile e proiettata verso il degrado generale.

Vide anni di prestigioso teatro, a cominciare dal progetto della “Trilogia shakesperiana” di Carlo Cecchi – allora direttore artistico – e Matteo Bavera nel 1999; e poi lavori di Carmelo Bene, Peter Brook, Antonio Latella, Emma Dante, Franco Scaldati, Davide Enia e tanti altri che, con opere ricercate e innovative, hanno fatto promuovere il Garibaldi membro dell’Associazione Teatri d’Europa, creata da Giorgio Strehler. L’imponente e ambiziosa ristrutturazione iniziata nel 1997 e rimasta incompiuta, molto poco conservativa e colpevolmente irrispettosa del progetto iniziale, ne ha modificato l’aspetto facendo mancare al teatro elementi fondanti come il palcoscenico e ogni struttura tecnica e di movimento, compresi gli impianti elettrici. Da allora ritardi nell’assegnazione, un’ulteriore chiusura di sei anni, un’occupazione molto pubblicizzata ma forse intempestiva di artisti e maestranze varie e gravi atti di vandalismo sono stati pesantemente d’intralcio per la fruibilità di questo bene culturale storico della città.

Garibaldi in Palermo
UNSPECIFIED – CIRCA 2002: Garibaldi in Palermo, 1860. Expedition of the Thousand, Italy, 19th century. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

A Palermo nel 1863 gli spettatori del teatro Garibaldi, prima ancora dello spettacolo, ebbero una visione speciale. Con la bellezza dei loro corpi nudi le statue attorno alla fontana di piazza Pretoria quasi lasciavano in ombra l’Eroe nazionale, soggetto principale dell’enorme sipario opera del pittore Giuseppe Bagnasco, che riportava su tela una scena storico-allegorica così cara ai Palermitani per farla rivivere ad ogni spettacolo. La visione poi del Generale stesso sul palcoscenico e il discorso che rivolse al pubblico fece esultare l’intera platea. La fantasiosa e romantica iconografia garibaldina creata a Palermo dai più famosi artisti dell’epoca, pittori, scultori e incisori non trovò collocazione soltanto nelle aree museali, al Museo Nazionale all’Olivella, ora Museo Salinas, e successivamente al Palazzo Abatellis ed alla Società di Storia Patria. Una delle opere più significative nel rappresentare il gusto nazional-popolare post unitario che descrive l’ingresso trionfale del Generale Eroe a piazza Pretoria nacque non per rimanere immobile su una tela, ma sipario vivificato dall’azione scenica nel teatro Garibaldi. L’Eroe, venerato a Palermo quanto Santa Rosalia, è circondato da patrioti e popolani scalzi, acclamato dalle finestre del Palazzo Pretorio e persino le statue delle divinità, con le loro splendide nudità, partecipano alla festa.

Naturalmente il sipario non è più esistente ma è rimasto, ben conservato, tra i disegni di Palazzo Abatellis, uno studio particolareggiato che il pittore Bagnasco tracciò per riportarlo su tela nel 1863. Come racconta la storica dell’arte Evelina De Castro in un suo bell’articolo sulla rivista Kalòs (anno 23, n.2), il sipario del teatro Garibaldi “divenne emblematico dell’epopea garibaldina” e fu conservato a lungo. Non sappiamo se per realizzarlo l’artista sia dovuto salire su un ponteggio e se l’abbia dipinto con i lunghissimi pennelli usati ancora oggi per creare le scenografie teatrali, ma il risultato fu grandioso tanto da divenire una delle perle offerte all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, in un’epoca in cui i teatri erano i luoghi di cultura. Gli spettatori a teatro quella sera si trovarono di fronte ad una scena non di fantasia o di soggetto mitologico, ma narrante un episodio di storia contemporanea accaduto a pochi passi dal sito del teatro. Moderno come un reportage fotografico o un video clip di oggi.

Già verso la fine degli anni 1860 la sorte del piccolo ma fascinoso teatro palermitano iniziava ad essere segnata per i progetti di altre strutture, più sontuosi, come il Politeama ed il teatro lirico Massimo che avrebbero soddisfatto il desiderio di partecipazione alla vita culturale della ricca borghesia emergente. Ma anche allora non sfuggiva che l’amministrazione comunale si curasse poco di tenere in vita l’esistente, come il vecchio mercato di Porta S. Giorgio che “invecchia, quasi vergine”. Seppure contestati da parte della popolazione in quanto grandiosi o superflui ed eccessivamente lussuosi – come ricorda lo storico Orazio Cancila in Palermo – questi futuri spazi scenici serviranno al meglio il desiderio della città di autorappresentarsi come metropoli moderna e à la page. E per il teatro Garibaldi iniziò, allora effettivamente, il declino.

Sulla Kalimera (pericolosa e indecente) da Novorossisk al Pireo

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area proclamata “Repubblica del Ponto” dopo la prima guerra mondiale

Quante patrie a ognuno è dato avere? Quante se ne potevano sopportare?

Dal romanzo storico di Emidio D’Angelo Eravamo a Trebisonda, pubblicato di recente, riprendo alcune delle storie, vere, arrivate a noi attraverso la voce narrante di Lefteri, di Stavros, di Ghiorgos. Trascorso quasi un secolo da questi avvenimenti, il loro ricordo, senza questo testo, il primo in lingua italiana, sarebbe diventato per noi sempre più evanescente se affidato soltanto alle fonti storiche ufficiali e ai reperti di pubblicistica sull’argomento. Di quali fonti inoltre si tratta? Chi dovrebbe ricordare che migliaia di Greci pontini furono costretti a lasciare drammaticamente  le loro case, il lavoro, le città dove avevano sempre vissuto sulle coste del Mar Nero? Non lo fanno certo i Turchi, i quali ancora oggi non sono neanche disposti a riconoscere di avere compiuto un massacro, un genocidio ai danni della popolazione armena nello stesso periodo. Quest’ultimo argomento è considerato tuttora un tabù e liquidato sbrigativamente come “il problema armeno”- così mi è capitato di leggere mesi fa  in una storia dell’Impero ottomano scritto da una docente universitaria turca. Potrebbero forse farlo testi russi, quando la popolazione esule greca pontina che  si  era rifugiata in parte in città russe dell’altra sponda del mar Nero come Novorossirk e Rostov era stata penosamente sottomessa pure dalla nascente Unione sovietica?  E forse neanche  i Greci della madrepatria potrebbero voler ricordare troppo una storia che, in qualche caso – come racconta il testo – non li vide molto generosi nei confronti dei cugini greci del Ponto, considerati, appunto, lontani parenti, scomodi in quel contesto storico. Per meglio capire. La Grecia si trovava in uno stato di grande povertà, sfiancata sin dal 1912 dalle Guerre balcaniche, dal tornado della seconda guerra mondiale, compreso il tradimento delle forze alleate che non mantennero la promessa di farle avere i territori dell’Asia minore, del Ponto cioè, quindi dalla guerra contro la Turchia (1919-1922) cui seguì anche la perdita del bel porto di Smirne. Ciò che avvenne viene comunque definito come una catastrofe.

Nella prima parte della recensione avevo fatto percorrere  in poche righe  alla famiglia di Lefteri un lungo percorso di esilio forzato che li aveva portati da Trebisonda all’opposta sponda del mar Nero, zona russa divenuta sovietica.  Avevo accennato al clima di violenza e persecuzioni che bande di turchi, sostenuti e foraggiati dal nuovo movimento politico dei Giovani Turchi, avevano creato, al solo scopo di costringere tutte le  etnie diverse, e quindi i numerosi Greci, a scappare dalle città dell’Asia Minore lasciando ai Turchi tutti i loro beni. Presi alla sprovvista da tanta violenza inaspettata i partigiani greci in Anatolia  non furono in grado di organizzare una vera resistenza, in luoghi che erano sempre stati pacifico incontro di civiltà diverse.

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Una delle pagine più coinvolgenti ricorda i magnifici roseti di via Kostantinov a Novorossisk  quando un corteo di protesta di contadini russi resi poverissimi dalla collettivizzazione forzata, fu travolto e spazzato via dall’artiglieria e cavalleria sovietica e i centomila petali di tutti i colori si mischiarono al sangue dei disperati. La narrazione proprio di questo episodio credo sia voluto dall’autore il quale – se nella postfazione dichiara come scrivere di queste tragedie non voglia in nessun modo “costituire un atto di accusa per gli eredi o per i governi dei Paesi dove i fatti sono avvenuti”- ha voluto comunque rimarcare che la violenza e la sopraffazione non sono  stati una peculiarità del nuovo governo turco all’epoca dei fatti, ma hanno animato alla pari  i fucili e gli squadroni dei giovani e promettenti Soviet, sia verso gli stranieri che verso il popolo russo.Con le proprietà requisite, stavolta dai soviet, e un clima divenuto pesantissimo, i nostri Greci si trovano a dovere abbandonare anche questa seconda patria.

In un’altra pagina il drammatico viaggio di migliaia di profughi sulla nave-merci Kalimera nel mare arrabbiato – dopo essere stati depredati delle loro misere provviste e cibo prima dai soldati russi alla partenza, poi dai Rumeni al passaggio dalle loro coste – li  spoglia della loro identità per assimilare il loro destino a quello dei tanti disperati che oggi arrivano o non arrivano sulle coste italiane, turche, greche sugli indecenti barconi, dopo avere attraversato migliaia di chilometri in terra africana e asiatica ed essere stati derubati da delinquenti, soldati e terroristi. Ma la sorpresa forse più amara è l’accoglienza tiepida che il giovane Lefteri e gli esuli pontini riceveranno al loro arrivo nella sognata Grecia, che si mischierà per sempre alla lacerazione per le patrie perdute, abbandonate.

 

I Greci del Ponto.Una tragedia poco conosciuta in Italia

trebi copiaPer raccontare quella che definisce “l’Odissea dei Greci del Ponto” lo scrittore Emidio D’Angelo fa parlare soprattutto Lefteri, un giovane adolescente figlio di una famiglia greca che da generazioni vive a Trebisonda, porto sul Mar Nero.  Dal 1917 circa, gli storici abitanti del Ponto, costa nord orientale dell’Anatolia, iniziano a subire forme di intolleranza da parte del moribondo Impero turco che ha appena perso e sta perdendo parti consistenti di suolo e non si rassegna al ridimensionamento dei suoi confini ed alla presenza di popoli di diversa etnia sul suolo turco. La Turchia deve essere solo dei Turchi. Gli Armeni – protagonisti e vittime del genocidio di massa ancora oggi non riconosciuto ufficialmente dal governo turco – avevano subìto anche  a Trebisonda, circa tre anni prima, il rastrellamento della popolazione maschile e  in città- narra Lefteri – erano rimasti solo bambini, anziani, donne. Un amico di giochi armeno gli ha detto che suo padre è “stato portato via due anni fa insieme ad altri uomini per andare a lavorare in Mesopotamia e nel Caucaso”.

A parte qualche sporadico episodio di insofferenza da parte di piccole bande di bulletti turchi, Lefteri continua ad attraversare quasi tutti i quartieri della sua città, sempre in cerca di scarpe da lucidare. E’ una famiglia molto povera la sua e lui decide di mettersi a fare il lustrascarpe perchè non vuole essere inchiodato in una bottega come garzone e perchè si diverte a girare e a scoprire. Ha fede nella coesistenza pacifica di Turchi, Greci, Armeni, Ebrei, Russi poiché è quello che ha sempre visto. Qualche piccolo dubbio – forse – quando il nonno gli spiega che “furono i greci di Mileto a fondare Trebisonda otto secoli prima che nascesse Cristo…i turchi arrivarono solo qualche  centinaio di anni fa dalle steppe dell’Asia…e costrinsero i greci a lasciare le coste del Ponto per rifugiarsi sulle montagne…e noi pontici siamo sempre stati un popolo senza Stato e senza esercito…”.

A piccoli passi si insinua la tragedia che vivranno tantissime famiglie nate e vissute nel Ponto e che si sono trovate nel mezzo di un terremoto politico in un momento storico recente e crudele a ridosso di una guerra mondiale che ha grondato sangue e del sorgere di nuove potenze mondiali. Perché questo pezzo di storia è rimasto così in ombra finora in Italia? L’Anatolia è proprio così lontana oggi?

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. da J. Hondius, J. Jansson, Nova Europae Descriptis, Amsterdam 1638 (pubblicata dalla rivista mensile Limes, marzo 2016). Il Mar Nero è indicato col nome di Pontus Euxinus.

 

Con ritmo lento ma implacabile  è descritto che una pacifica comunità inizia ad essere preoccupata poi intimorita da vaghe notizie di scontri e incidenti con i Turchi, da voci di uccisioni di greci e sparizioni, dalla visione di cortei  di individui ritenuti “scalmanati”  che agitano con fare aggressivo e minaccioso striscioni con dipinta la mezzaluna e le parole “LA TURCHIA E’ DEI TURCHI”. Ritroviamo la famiglia di Lefteri alla fine del romanzo, che romanzo non è, esule nella città russa di Novorossisk, sulla sponda opposta del mar Nero dove è fuggita contando anche sul legame religioso con la Russia, l’Ortodossia.

Di lì a poco, siamo all’inizio del 1920, la città viene occupata dai soldati russi rivoluzionari  e membri dei Soviet che,- si diceva – fossero atei. Il porto di Novorossisk comincia a spegnersi economicamente perché circola sempre meno danaro, iniziano a verificarsi risse tra la popolazione russa e i Greci pontici, divenuti apolidi e poveri. E presto arrivano anche  i controlli  socialisti, la riscossione di tasse mensili indipendentemente dai guadagni e pesanti restrizioni miranti a regolamentare la vita quotidiana.

Un romanzo storico che è sorretto e impreziosito dalle testimonianze, vere e tangibili, di alcuni dei suoi personaggi che l’autore ha conosciuto molti anni fa e che danno al testo un colore e una forza speciali. Grazie a questo autore, senza compiacimenti letterari, parlano in modo molto semplice Lefteri, Artemisia, Nicos e gli altri testimoni perchè è così che deve essere.E non ci potrebbe essere un’immagine più potente delle loro parole per gridare il dolore che mette insieme tutti i popoli oppressi della terra.

 

 

Trovata madre per 40 giorni

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E’ difficile in questi giorni per chi frequenti qualche social non imbattersi in lotte fratricide tra sostenitori e nemici della libertà di una coppia “diversa”- tanto per fare un esempio Nichi Vendola e Ed Testa – di poter avere un figlio da una gestazione diversa, complessa, con vari soggetti in gioco ed una madre, che offre l’utero per nove mesi e poi riesce a staccarsi dal neonato. Il punto più caldo sembra infatti essere proprio questo. Anche a me. Ma io non ho avuto tre figli come una trentaduenne canadese che, dicendo di trovarsi molto a suo agio durante le gravidanze, ha voluto, e non per danaro, compiere questa scelta di vita, dopo avere discusso a lungo con il marito e con i bambini.

Difficile crederlo, ci sono però testimonianze ufficiali simili a questa con storie personali piene di dettagli e fotografie di madripercontodialtri.  D’accordo, tutto potrebbe essere  inventato perché anche le info prese da Internet  a volte sono dei”fake”, cioè fasulle. Quello che vorrei raccontare è invece sicuramente vero. Perché è qualcosa capitato a me o per  meglio dire, che ho cercato. E’ una storia di grande illusione e delusione quella in cui in cui per circa 40 giorni mi sono presa cura di un bambino ucraino adolescente.

Ci pensavo da circa due anni, avevo saputo che a coppie, famiglie e anche a persone single vengono affidati, per il periodo estivo e per le vacanze di Natale, bambini ucraini. In alcuni paesi vicino Palermo, dove vivo, ci sono associazioni che si occupano di organizzare questi soggiorni di piccoli che vivono in istituti, perché orfani o perché con famiglie non adatte a tenerli, per indigenza, alcoolismo o altro. Avevo visto una collega  portare in ufficio il bambino che ogni estate e ogni Natale veniva a vivere con lei e il marito e mi sembravano entrambi contenti e divertiti. Cominciai a frequentare l’associazione che aveva sede in provincia per acquisire informazioni e  imparare il più possibile su un mondo per me sconosciuto. Mi sembrava assurdo non mettermi a disposizione di un piccolo essere umano che certamente non era stato baciato dalla fortuna e potergli dare qualcosa.  Qualcosa alla fine sarebbe rimasto con lui, con lei. Avrei preferito una bambina, pensavo di otto o nove anni.

Per i “genitori”: carte da firmare, somma per acquisto biglietto aereo, foto, storia del bambino, piccolo dizionario ucraino-italiano, vademecum comportamento anche in casi emergenza, regole da seguire, usi e costumi, storia del Paese ecc. Bambine non ce ne erano più, dissero mentendo, e mi proposero V., un adolescente di 12 anni e mezzo. Beh, ma certo.

Anche se al racconto di questa storia andrebbe dato uno spazio molto più lungo di un post e un tono serio (credo) io lo narrerò come posso, con il mio stile (se qualcuno fosse interessato a conoscere particolari può scrivermi un commento o farmi una e-mail).

1° giorno: V. arriva in aereo con aria allallata (termine siciliano che significa rallentato, poco attento) e poi dorme tutto il giorno, sono preoccupata     2°giorno: si scopre che non mangia quasi niente e odia il pesce, il mio cibo preferto   dal 2° giorno fino all’ultimo: muso appena sveglio per un paio d’ore    5° giorno: in piscina, felice, dopo il primo tuffo e il mio ATTENTO! sbatte la testa nel bordo piscina, terrore, corsa in ospedale, ore di attesa, scopro che la collega con altro bambino ucraino ha paura del sangue, è una mammola e non mi aiuta. Accorrono – almeno questa volta – in ospedale maestre e supervisor ucraino serissimi e con passo militare,… spaventati.  V. se la cava con tre o quattro punti in testa, ma non potrà fare il bagno per 20 giorni né giochi movimentati, per fortuna ho due cani, giardino e la bicicletta   6° giorno: inizia la disperata ricerca di persone, amici, parenti, vicini di casa con bambini di quell’età, trovo solo un’amica con bambina coetanea ma lui non ci vuole stare perchè è femmina    10° giorno: telefono all’associazione per avere indirizzi di altre famiglie affidatarie per far socializzare V. con bambini ucraini ma mi lasciano al mio destino    15° giorno: inizio la  compilazione di un calendario con annesse attività in programma per V., giorno per giorno, distinto in mattina, pomeriggio, sera. Ogni notte, sola nella stanza, depenno il giorno trascorso    16° giorno: mi tiene il muso per due giorni e non parla perché non sono rimasta con lui ad una gita faticosissima, ero riuscita ad andare finalmente  dal parrucchiere    18° giorno: via i punti dalla ferita e si ricomincia con calcetto, mare, giochi tipo lunapark, gommone, bowling, minigolf, festicciole, clown, wùrstel, passeggiate in moto con il mio ex e in vespa con mio fratello, monopattino, aereo telecomandato, corse in bici con gli amichetti, pizzerie, uscite di mattina, di pomeriggio e di sera e via all’infinito con prelievi continui di bancomat (miei). Prima di dormire, la sera, il bacetto della buonanotte, che gli piaceva tanto.

Le consegne che vengono fatte ai bambini dalle organizzazioni indicano loro di non parlare mai della famiglia di origine, a stento sono riuscita a capire che la madre lo aveva in pratica abbandonato dai nonni per rifarsi una famiglia, che aveva un fratellino cui voleva bene, che il nonno era morto ed il gatto era scappato via. Il padre non si poteva nominare. Trovo questa regola molto crudele anche per i genitori affidatari che vengono lasciati nella più totale ignoranza della vita dei bambini precedente a quella in istituto. Quando V. è partito lacrime vere per tutti e se si è portato via subdolamente la catena d’oro regalatami da mio padre ho pensato che gli sarebbe servita e che era meglio che l’avesse lui. Voglio pensare che l’abbia ancora e si ricordi così di me. Quanto alla filantropica associazione se qualcuno fosse interessato posso fornire quasi una partita doppia dei conti che avevo fatto con tutti i dettagli sull’ammontare del  guadagno, anche in regalìe, per ogni viaggio di bambino dall’Ucraina alla Sicilia per: il presidente siciliano dell’associazione, i solerti organizzatori ucraini, i direttori degli istituti, l’interprete capo e la boss di tutto, griffata sino alla punta delle orecchie. Ma questo è quello che è successo a me e so che tanti rapporti analoghi hanno avuto un esito migliore.

Tanti auguri ai genitori Nichi Vendola e Ed Testa.

 

Tutti al galoppo

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Ad Orano insegnavo materie letterarie nelle classi medie di una piccola scuola organizzata per i figli degli operai e tecnici italiani dipendenti della Saipem che lavorava al terminal di Arzew (35 km da Orano), parte della costruzione della prima condotta sottomarina di trasporto del metano algerino da Hassi R’Mel in Italia, attraverso la Tunisia. Attualmente si sta costruendo un ulteriore gasdotto  che trasporterà il metano in Sardegna (che ne è priva) e Toscana, alla massima profondità mai raggiunta (m.2885). La realizzazione del progetto ha però subìto uno stallo, causato dalle comprensibili  opposizioni di natura ambientalistica sollevate dalla popolazione algerina e dagli abitanti della Sardegna ma anche per disaccordi di tipo economico tra le varie aziende partner del progetto.

La decisione di partire da soli e lasciare le famiglie in Italia era in genere presa dai lavoratori con un contratto a breve termine, i quali vivevano in un campo attrezzato vicino agli impianti e sceglievano di lavorare anche la domenica dal momento che non esisteva nessun genere di svago.  Chi doveva stare due o tre anni aveva garantita una bella abitazione in centro città e l’istruzione elementare e media per i figli.

Naturalmente questo non bastava affatto ai piccoli che si sentivano fuori posto e deprivati di tutti i generi di divertimento e di consumo che già negli anni settanta si erano diffusi a livello di massa. Io cercavo di incuriosirli con argomenti al di là dei libri di testo e, inutilmente, di modificare l’atteggiamento mentale – alimentato purtroppo dalle famiglie stesse – che li portava a considerarsi quasi una specie diversa dagli abitanti locali. In un tema uno dei ragazzini più grandi lamentava di trovarsi male in Algeria dove non poteva giocare a calcio perché non c’erano ragazzi della sua età. La più completa estraneità tra queste famiglie e gli Algerini era suggellata dal mancato desiderio di imparare la lingua francese, accresciuta da diffidenza e nessuna conoscenza della storia locale.

Pensai allora di creare un’occasione di divertimento, qualcosa di speciale per questi bambini. Ero stata una o due volte in un centro turistico sulla costa, a pochi chilometri dalla città, dove c’erano dei bei cavalli da montare e avevo provato l’ebbrezza del galoppo immersa nella natura. Veri purosangue berberi come quelli ammirati nei circhi da bambini!  Era prevista la presenza di uno stalliere-accompagnatore con tanto di turbante, che montava senza sella e non parlava una parola di francese. Non ci sarebbe mai più stato – secondo me  – un contatto più verace di questo con la realtà dell’Algeria, i suoi paesaggi e i suoi abitanti.

Così organizzai la gita con quattro o cinque bambini elettrizzati dalla novità e finalmente divertiti. Andammo coi cavalli al passo verso un luogo incantevole, alberato, dove non si vedeva un’auto. E sarebbe andato tutto bene se alla nostra guida non fosse venuto in mente di assestare un bel colpo di frustino al mio cavallo e a quello di Elena, una mia allieva di undici anni. Gli animali partirono al galoppo come missili ed Elena fece un volo, rimanendo svenuta a terra qualche secondo. Un ingiustificabile incosciente. Il mio terrore fu placato soltanto dal fatto che la bambina non si era rotta da qualche parte e sembrava mantenere intatte tutte le funzioni cognitive e l’episodio si concluse senza clamore, per mia fortuna.

Anche in Algeria, in varie zone, oggi purtroppo si verificano azioni terroristiche praticate da bande armate di delinquenti jihadisti legati all’Isis o come quella del 2013 ai giacimenti di gas di Al Amenas da parte di Al Qaeda (L’Algeria trema su Limes, febbraio 2013). Attacchi diretti anche talvolta contro la popolazione Tuareg, accusata di praticare un islamismo pacato. Alcune fonti sostengono che qualche gruppo di “uomini blu” abbia invece collaborato con i terroristi. L’unica cosa certa è che i Tuareg da decenni sono in lotta con i governi degli Stati del Sahel perché rivendicano una loro autonomia e indipendenza.

Le stesse organizzazioni turistiche mettono in guardia dai pericoli presenti in un itinerario di viaggio in Algeria che non si limiti alle principali città. Finito l’anno scolastico scalpitavo per tornare in Italia e non organizzai, come pure desideravo, un tour nelle oasi più sperdute del Sahara, oggi troppo azzardato.